La nuova tragedia dell’immigrazione nel canale di Sicilia ha offerto, purtroppo, alcuni spunti di riflessione a chi racconta, nel bene e nel male, le storie, la cronaca e la polemica politica di questo paese. Distinguiamo gli argomenti per procedere con metodo nell’analisi dei fatti. Innanzitutto è doveroso capire cosa sia successo su quel gommone: i cinque superstiti che hanno raggiunto le nostre coste raccontano all’unisono di essere arrivati in condizioni disperate, mentre altri settanta passeggeri di origine eritrea bloccati su quel cargo risultano dispersi. L’agonia sarebbe durata in tutto ventitré giorni. Naturalmente in questa sede adoperiamo il condizionale non per svilire la testimonianza di quanti hanno vissuto sulla propria pelle questo dramma, bensì in attesa delle ricostruzioni ufficiali sia da parte della magistratura che dalle competenti autorità ministeriali. In ordine di priorità, la prima emergenza ha carattere umanitario: si tratta di recuperare i corpi delle vittime e tentare, ove possibile, di salvare eventuali profughi.
La seconda necessità, connessa in maniera imprescindibile alla prima, concerne gli accertamenti da parte della Procura di Agrigento per capire chi ha guidato quel “gommone della speranza” e se vi sono state responsabilità per omissione di soccorso. In questo ambito si procede lungo un contenzioso internazionale aperto già da tempo nei confronti dello Stato di Malta. Il codice di navigazione, bisogna rammentarlo, obbliga a prestare soccorso in mare a chiunque si trovi in difficoltà, a prescindere dalla nazionalità d’origine e questo, naturalmente, perché le scelte politiche dei diversi paesi non possono pregiudicare la sfera dei diritti primari di ciascun essere umano. Il procuratore Renato Di Natale ha preso atto della ricostruzione dei superstiti, i quali hanno raccontato dell’avvicinamento di una motovedetta maltese che avrebbe fornito loro acqua e gasolio per continuare la traversata, rifiutandosi però di prendere i naufraghi a bordo per portarli in patria e recare loro la necessaria assistenza sanitaria. Netta la risposta del governo de La Valletta, che ha difeso a spada tratta i propri uomini, certo della trasparenza dell’operato delle forze armate. La posizione ufficiale dell’Esecutivo straniero è però sembrata lacunosa e Di Natale ha tenuto a precisare che «se si dovesse trovare conferma del racconto dei cinque, non escludiamo una possibile rogatoria internazionale».

Veniamo così alle ripercussioni interne della vicenda. Dario Franceschini non ha usato mezze misure e di fronte ad una platea di giornalisti, con tono studiato, ha ribadito: «il Governo sta facendo scelte macchiate di xenofobia e di razzismo: non si può perdere la capacità di indignarsi di fronte all’orrore». Dopo la sortita del segretario del Pd si è innescato un perverso effetto domino: una gara a chi la sparava più grossa, tenendo conto del clima elettorale che aleggia sul maggior partito d’opposizione. Bersani, Marino, Di Pietro, tutti hanno avuto da ridire. Battaglia agevolata da certe esternazioni leghiste: Bossi e i suoi, senza troppi giri di parole, hanno polemizzato perfino con la Santa Sede, rea di esprimere posizioni troppo rigide riguardo alla vicenda. I tanti laicisti bizzosi che generalmente serpeggiano sulla riva sinistra dell’opinione pubblica, non hanno esitato un secondo a proteggere la soglia pontificia con le armi pur di attaccare il Cavaliere nero. In realtà il rapporto Lega-Vaticano è ontologicamente complesso e connotato da un ripudio strutturale. La Lega si fa carico di un messaggio localistico che tende a dividere non soltanto gli italiani dagli stranieri, ma addirittura i settentrionali dai meridionali. Perfino il cittadino di Reggio Calabria è estraneo ai cuori e agli interessi di Pontida. Una secessione propagandistica costantemente alimentata dalle boutade polemiche nei confronti del tricolore o dell’unità nazionale testimonia questo dato. Come ciò sia compatibile con il messaggio universalistico della Chiesa, che tende ad accomunare dietro un unico stendardo tutte le popolazioni del mondo in nome e per conto dei valori della fratellanza, è un mistero di difficile soluzione.
Il mare di riserve è stato espresso con maggior dovizia di particolari da Eugenio Scalfari, capace di tradurre le offensive del centrosinistra in un’accusa di spessore nella consueta omelia domenicale. Ha scritto il fondatore del quotidiano diretto da Ezio Mauro:
«il ministro dell’Interno finora si è limitato a chiedere un rapporto sull’accaduto al prefetto di Agrigento. Che c’entra il prefetto di Agrigento? Il responsabile politico dei respingimenti in mare è il ministro dell’Interno che si vale della guardia costiera, delle capitanerie di porto e delle forze armate messe a disposizione dalla Difesa. Maroni e La Russa debbono rispondere, non il prefetto di Agrigento».
Tutto giusto, sennonché, come ricorda lo stesso Scalfari, la competenza di Maroni scatta ove si riscontri un approdo di clandestini nelle nostre acque territoriali, con il conseguente processo di respingimento conclamato dalla recente normativa. In questo caso, invece, le autorità nazionali non erano minimamente informate di quanto avveniva in pieno mare, dunque un coinvolgimento diretto dell’Esecutivo nell’ambito delle responsabilità non è ipotizzabile nemmeno a rigor di logica. Si tratta di capire se la tragedia sia di esclusiva responsabilità dei trafficanti di uomini, con una possibile negligenza delle forze addette alla sorveglianza dei lidi siculi, o se, in alternativa, c’è stato un atteggiamento elusivo di uno Stato terzo, quello maltese, che si è totalmente disinteressato della vicenda. Se si presume invece che al governo non vi siano degli avversari politici, non vi siano nemmeno dei nemici, ma addirittura degli assassini pronti a sacrificare settanta vite per inconcepibili questioni razziali, allora non è più il caso di scrivere forbiti editoriali su Repubblica, occorre piuttosto invitare i propri lettori a imbracciare i fucili in nome di una necessaria resistenza.





















