La storia di Shura

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La storia di Shura Al-Shawk, probabilmente, non troverà ampia eco sui giornali e non godrà dell’attenzione del circuito mediatico televisivo. Ne parleranno giusto alcuni quotidiani della sinistra radicale, con cronisti d’assalto in kefiah pronti ad intercettare qualche imam per chiedere come sia possibile una simile discriminazione religiosa nel cuore dell’Europa contemporanea. Giusta l’impostazione, pessima la confezione, giacché spesso e volentieri i medesimi imam interpellati dalla stampa progressista non sono garanti del principio assoluto che tutela la reciprocità del trattamento, bensì profeti da strapazzo che si limitano ad invocare in maniera unidirezionale il rispetto delle libertà elementari.

Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo i fatti. Shura è una ragazza di diciannove anni che nutre un amore sincero nei confronti della pallacanestro; vive in Svizzera e ha fatto dello sport una delle sue passioni profonde. E’ piuttosto abile secondo i cronisti locali, dotata di buone capacità tecniche, tanto da essere tesserata dall’STV Lucerna, nell’attesa del prossimo campionato regionale. Shura però ha un problema agli occhi degli osservatori elvetici: è islamica e copre la sua chioma durante le partite con il tradizionale velo musulmano.

Apriti cielo, ma apriti davvero, perché la federazione Pro-Basket si è ribellata a ogni richiamo spirituale e prendendo spunto dal regolamento internazionale, ha evidenziato come le partite ufficiali debbano essere svolte in un campo “neutro” dal punto di vista politico e religioso. In un revival della peggior iconoclastia è stato così proibito l’uso del copricapo alla ragazza, la quale si trova adesso di fronte ad un aut-aut di emblematica idiozia: scegliere tra lo sport e la fede, conscia che un’eventuale manifestazione di disobbedienza costerà la sconfitta a tavolino per il club ogni qualvolta scenderà in campo violando le regole stabilite.

Un passo indietro sia per la civile convivenza che per il buonsenso.

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