L’analisi provocatoria elaborata da Giovanni Cocconi su Europa, circa la possibilità di inserire i dialetti nell’ambito dei programmi scolastici, non mi convince affatto e parte, a mio giudizio, da un errore di fondo: quello di ritenere l’istruzione nazionale alla mercé delle diatribe politiche in seno alla maggioranza. Mi spiego meglio, menzionando il pezzo in maniera letterale per evitare fraintendimenti. Scrive Cocconi:
«non si vede come l’insegnamento dei dialetti possa aprire alla secessione del Nord, visto che non esiste un “dialetto padano” e, anzi, la loro varietà rende ulteriormente irreale e inverosimile l’idea di una patria padana. Insegnare i dialetti a scuola sarebbe il modo migliore per ucciderli. Ma a destra nessuno lo dice».
Il succo del messaggio politico è pertanto facilmente desumibile: posto che la proposta di Bossi vada in porto col tacito consenso del Ministro Gelmini, non si profilerebbe per il Paese alcun dramma all’orizzonte, non vi sarebbero strappi dalle conseguenze irreparabili, in quanto non esiste di base una cultura padana di riferimento che permetta alle popolazioni settentrionali di percepirsi come comunità autonoma e distaccata. E’ un approccio pragmatico, il cui sbocco finale, tuttavia, cela parecchie incognite.
Primo, il giornalista non spiega per quale motivo in seno alla destra vi sarebbe un atteggiamento suicida su un tema che sta sfaldando apertamente la compattezza della coalizione. Se si paventa l’idea di un “silenzio eluso” e di una rincorsa alle provocazioni, bisogna suggerire al lettore i secondi fini impliciti che spingono i deputati del PdL in rotta di collisione con il principale alleato. L’impressione, invece, è che la questione sia tremendamente seria.
Secondo, entrando nel merito del tema, come ha rilevato Capezzone, «per i nostri giovani e per le loro prospettive di lavoro, le ore di inglese sono e saranno molto più utili di qualche improbabile ora di bergamasco». La lingua veicolo che anima la comunità internazionale richiederebbe certamente maggiore attenzione rispetto ad una sia pur comprensibile valorizzazione degli idiomi periferici.
Terzo, ammesso e non concesso che una riscoperta delle identità locali debba avvenire nella prima sede di formazione dell’individuo, quella scolastica, ebbene bisogna poi vagliare quanto elevata sia la conoscenza della lingua madre all’interno dei nostri confini. Perché ho l’impressione che nel paese reale la conoscenza della grammatica italiana non sia tanto profonda da consentire una variazione sostanziale dei programmi al Legislatore. D’altronde certi toni e atteggiamenti leghisti non fanno che suffragare il mio scetticismo.














