Aria di tempesta

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In un paese normale, non atrofizzato da una stucchevole lotta politica fra bande rivali, un ministro della Repubblica macchiatosi di vilipendio nei confronti dell’emblema nazionale sarebbe rovesciato in un battibaleno. Di fronte ad una reiterata e volgare retorica secessionista, elevata a linea programmatica direttamente dalla segreteria, il movimento nel centro del ciclone verrebbe guardato con sospetto dall’intero arco bipolare. Si prenderebbe cioè atto della realtà sistemica per stabilire, in via del tutto eccezionale, dei confini nell’ambito dei lavori parlamentari, decretando con un patto tra gentiluomini quali voti sono utilizzabili presso le due Camere e quali no. In Italia non funziona così. E’ una lenta escalation, quella compiuta negli ultimi giorni, che mira a svuotare il senso delle istituzioni, parimenti dividendo la realtà meridionale da quella settentrionale in due macroregioni ancora più distanti, senza tener conto dei già vigenti ritmi differenti di produttività.

Tutto è iniziato con la proposta delle gabbie salariali, ventilata in alcuni ambienti leghisti e inizialmente raccolta da Berlusconi. L’uomo, si sa, ha i suoi vizi e non occorre menzionare i peccati di Villa Certosa, basta rammentare la sua principale caratteristica da qualche anno a questa parte: è diventato un mentitore nell’attesa di smentire. Qualche esempio? «Ad agosto prenderò casa a L’Aquila» ed invece è rimasto in Sardegna; «non conosco la D’Addario» e sono spuntate le intercettazioni; e così via, fino ad arrivare alla romantica incedibilità di Kakà, autentica bandiera rossonera, venuta a mancare un minuto dopo l’apertura della sessione d’affari grazie alla lauta offerta dell’amico spendaccione Florentino Perez. Un’operazione, quella delle menzogne a tempo determinato, riuscita nei minimi dettagli, tanto da vanificare implicitamente l’edizione delle 13 di ogni telegiornale, ivi compresi quelli sportivi, giacché soltanto nella serata l’opinione pubblica è in grado di prendere coscienza delle disposizioni (precariamente) ufficiali dettate da Arcore. Povero Bonaiuti.

La seconda tappa è stata magistralmente raggiunta dal Ministro per le Riforme in persona, il quale ha manifestato vivo disprezzo all’idea di dover stanziare dei fondi per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale. «Bisogna reagire contro la canaglia che ci ha privato dei dialetti e dell’identità per trasformarci in schiavi», ha specificato il Senatur, dimenticandosi il giuramento di lealtà costituzionale recitato l’ultima volta nel 2008. Parole di una gravità inaudita, cadute nel silenzio imbarazzato di alcun dirigenti ex missini. Chiudete gli occhi per pochi secondi e pensate cosa sarebbe successo in Gran Bretagna se un membro del Gabinetto Brown si fosse permesso di equiparare l’Union Jack alla carta igienica, svalutando implicitamente la Corona e la storia nazionale dagli albori ad oggi. Probabilmente l’eroe sarebbe stato internato nel primo centro di cura. O, forse, messo al pubblico ludibrio. Di sicuro la sua carriera politica sarebbe stata troncata bruscamente.

Il terzo atto è da farsa burlesca. Luca Zaia, altro titolare di un dicastero di peso come quello delle Politiche Agricole, ha tenuto a precisare che «la Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli». Così, giusto per trasformare il federalismo in una cloaca di particolarismi localistici, una strategia volta a disintegrare i rimasugli di una già lacerata identità nazionale. Queste sono le ultime pagine di un copione più ampio che ha fatto oscillare il Popolo delle Libertà tra i medici spia e le ronde. Si sta tentando illegittimamente di strappare il dettato costituzionale e ciò che esso comporta. Bisogna porre fine a questo scempio. Delle due l’una: o la destra fa autocritica dall’interno, dimostrando capacità progettuale e senso dello Stato, soppesando una exit strategy autorevole; o saranno gli elettori (del sud?) in prima persona a intervenire, ridimensionando il sultano e l’intera casa reale.

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