Tornare nei luoghi dove l’adolescenza si è consumata è un’esperienza che lascia l’amaro in bocca. Hai spesso la sensazione di vivere un film noir alla francese, un revival del “come eravamo”, in cui la sequenza di filmati che ha dettato il tuo tempo in presa diretta viene sostituita progressivamente da una serie di scatti ed istantanee, che scandiscono opacamente i momenti più significativi del passato prossimo o remoto. Il vissuto diventa immagine, si fa immagine, e annega il proprio senso negli archivi segreti della memoria, in un tradizionale bianco e nero. Perfino i ricordi di noi stessi diventano sbiaditi di fronte allo specchio: gli occhi, le labbra, la fronte, il mento, tutto è diverso e la mano che sfiora i lineamenti prende atto e testimonia gli insulti del tempo. Ci guardiamo, arrossiamo, e ci poniamo un interrogativo naturale: siamo effettivamente quello che desideravamo essere?
Scorre così un insolito pomeriggio d’agosto, mentre mi scopro ad ascoltare i rumori sibillini della città, a respirare i profumi della mia terra. I colori sgargianti della costa, l’odore di salsedine, i gelsomini rigogliosi indicano il susseguirsi delle stagioni, come una promessa fatta al genere umano di un futuro più roseo, sereno. Come un arcobaleno dopo la tempesta. Gli Stati Uniti hanno certificato in maniera plateale il diritto alla felicità degli uomini e delle donne d’oltreoceano. Noi non osiamo reclamarlo, ma – come Verga insegna – ci affidiamo anche nelle circostanze più sfavorevoli a quell’istinto di Divina Provvidenza che tracima dal nostro ego. Quello stesso istinto che nella prosa dialettale identifica nei “cristiani” non solo gli uomini di fede, ma le persone per bene tout-court. Ciò che molto spesso viene stupidamente ridotto ad un orpello della propria esistenza, l’attaccamento al territorio, è parte integrante del codice genetico di ciascuno di noi e costituisce inevitabilmente l’essenza profonda delle nostre identità. Avere una casa, un rifugio dalle tenebre, un piccolo regno ove dettare legge è il primo input necessario per gettare le fondamenta del proprio avvenire. Il resto è corollario. Per un siciliano approcciarsi a queste riflessioni è ancora più complicato: l’istintivo e brutale legame che abbiamo con la nostra tradizione indipendentista ci ha sempre reso “altri”. Altri cioè minoranze, diversi. Diversi dagli spagnoli, quando percorrevano le nostre terre sancendo ciò che era giusto e ciò che era sbagliato; diversi dagli arabi, i cui costumi riecheggiano in un certo modo di concepire la vita e la famiglia, come Pietrangelo Buttafuoco – con scientifico sapere – costantemente evidenzia nella sua letteratura; diversi dagli americani e dagli inglesi, vincitori del conflitto bellico troppo distanti dal nostro modo di inquadrare la natura e i rapporti umani; diversi pure dagli italiani, cui ci siamo omologati controvoglia e senza crederci in fondo granché. Tanto è vero che allo Stato abbiamo contrapposto un anti-Stato, con le sue regole truci e di cui ci vergogniamo: quella sporca “cosa” che definiamo impropriamente “nostra”, una ferita aperta nel cuore dell’isola.
Volgo lo sguardo lungo la linea dell’orizzonte e una platea di macchine irrompe col suo assordante clangore. Ogni famiglia ha la sua auto. Possibilmente due. Ma anche tre. E’ il consumismo, bellezza. Ai veicoli tradizionali che hanno fatto la storia di questo paese, le vecchie 500 della Fiat, utilitarie che fornivano un’embrionale idea di stabilità, ebbene si sostituiscono piccoli scarabocchi da luna park, mezzi guidati da minorenni che ispirano istintivamente pericolo non solo per chi vi è a bordo, ma anche per chi, incautamente, si trova nei paraggi. L’unica nota positiva è scrutare il volto di quanti siedono al volante. Ad Agosto, nonostante il caldo, nonostante l’inferno del traffico, la voglia di sorridere emerge in tutta la sua vibrante forza, generalmente seguita da un pessimo sottofondo audio. E’ quella spensierata allegria che, crescendo, rimpiangiamo. Un inno alla vita che non può essere interrotto. La mente naufraga così nei ricordi e t’interroghi su quante persone sono state strappate a questi mondi, vedendosi negato il diritto primario all’esistenza. La testa vola verso gli amici perduti lungo il cammino, verso i parenti ascesi al cielo, verso quanti potevano essere di più, ma non lo sono stati. E’ un capitolo importante: molti hanno detto che la morte è soltanto parte della vita. Ricordo Oriana Fallaci, che combatté il suo Alieno strenuamente, accettando l’esito funesto dello scontro solo dopo aver fatto rientro nella sua Firenze. Così pervicacemente attaccata alla vita da non poter rinunciare a concludere la sua storia là dove l’aveva cominciata. Ma rammento anche le parole che il Pontefice pronunciò dopo la morte di Giovanni Paolo II, definendo il decesso – termine medico asfissiante – un passaggio di vita in vita. La Chiesa ha questo dono, sa esprimere in parole quello che corrode le nostre anime riuscendo a trasmettere la forza necessaria per fissare un punto, il libero arbitrio dono supremo di Cristo, in funzione del quale ogni miseria sembra insignificante. E’ proprio nella croce la nostra vita assume un senso, in quella X che incarna passione e dolore, amore e odio, una forza trascendente nei momenti clou della paura umana.
Nessuno di noi può garantire sulla propensione al martirio che detiene. Chi lo fa è un ipocrita. Ciononostante, vivendo quotidianamente diamo testimonianza del valore che attribuiamo ad ogni alba. Se sussiste un solo errore che possiamo e non dobbiamo commettere, è quello di dare per scontato questo messaggio. Esistono persone più fragili, le quali dopo aver richiamato vanamente l’attenzione degli affetti, nutrono serie perplessità non sul senso, ma sulla necessità della propria esistenza. E’ a loro che il mio sguardo volge in questo lungo brano. Mi appartengono i loro bisogni, le loro grida d’aiuto strozzate in gola. Anche in estate, anche in agosto, le persone vivono drammi macroscopici. L’indifferenza resta il più grave peccato mortale.














