L’aborto privato

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Ho avuto modo di incontrare il ministro Meloni in un paio di occasioni, scambiando fugacemente qualche battuta tra un comizio ed un’assise in occasione di alcune manifestazioni politiche. Il suo itinerario è stato osservato attentamente da chi scrive e non poteva essere altrimenti, essendo stata la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica Italiana ed una colonna rappresentativa per la generazione che ha iniziato la propria militanza nel Fuan missino, predicando il valore della diversità nella continuità. Vecchi slogan, vecchi leitmotiv romantici di chi scelse fin dalla prima adolescenza la parte destra dello schieramento. La considero una figura di assoluto rispetto, che ha alle spalle un retroterra culturale degno di nota. Ecco perché sono rimasto stupito quando stamane, aprendo i quotidiani, sono venuto a conoscenza delle recenti esternazioni del ministro circa l’entrata in commercio della pillola Ru486.

Per chi non lo sapesse ci riferiamo alla Kill-pill, il farmaco abortivo che l’Aifa – l’agenzia italiana con autorità in materia – ha introdotto da ieri sera nel nostro Paese, tra boati di giubilo da parte della corrente radicale e nel tacito consenso dell’establishment di centrosinistra. Il ministro Meloni, anche da presidente del movimento giovanile di Alleanza Nazionale, ha sempre predicato la necessità di una politica a sostegno della vita e della libera scelta delle donne, cercando di formulare nuove strumentazioni per offrire supporto a quelle persone che ricorrono all’aborto nel timore di non poter sostenere le spese di una gravidanza. In piena coerenza con quanto detto, la Meloni ha pertanto ribadito al Corriere la necessità di inquadrare l’introduzione del farmaco nell’ambito del rispetto della legge 194 che regola i principi cardine in materia. Una legge, lo ricordiamo agli smemorati e agli opportunisti, che “tutela la maternità sociale” e non concede l’aborto selvaggio.

Anche la Meloni però è caduta nel tranello dei sepolcri imbiancati, spiegando che non bisogna essere dogmatici su certi temi e ammettendo esplicitamente che uno strumento meno invasivo sul corpo delle donne è comunque auspicabile. Qui c’è l’errore di fondo del dibattito. Chi sostiene che la pasticca della morte sia una sorta di farmaco sostitutivo o, peggio, un anticoncezionale, viene puntualmente contraddetto dalle esperienze maturate negli altri paesi del mondo: 29 casi di morti sospette testimoniano un certo laico disagio nei confronti dell’ottimismo predicato dalle case farmaceutiche, specie se si considera che alcune giovani ragazze sono morte in seguito a gravi e inspiegabili emorragie interne. Permangono pertanto ampi dubbi sulla sicurezza della pillola, senza contare che il principio culturale dell’aborto fai-da-te contraddice lapalissianamente gli stessi postulati della 194, la quale voleva regolamentare dal punto di vista normativo il fenomeno all’interno del servizio sanitario nazionale per fornire una gratuita assistenza, financo psicologica, alle donne in difficoltà. Non parliamo esclusivamente dei consultori, che oggi raramente adempiono alla funzione per cui erano stati istituiti, quanto piuttosto del ruolo stesso che la figura del medico doveva originariamente ricoprire nell’ambito del sostegno al soggetto debole. La politica non può girarsi dall’altra parte. Credo sia più opportuno fermarsi a riflettere su questa deriva abortista.

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