Di Pietro ha tanti difetti: è un estremista, interpreta la politica secondo logiche carcerarie, reputa Travaglio un mentore della libertà civile – una sorta di Robespierre moderno – e mastica in malo modo l’italiano. A fronte di tutti questi peccati veniali, su cui parte dell’opinione pubblica è evidentemente disposta a chiudere un occhio, vanta tuttavia un pregio non indifferente: ha nella coerenza uno dei suoi punti di forza, tanto da essere consequenziale nei suoi ragionamenti. Lo ha scritto, in altri termini, sulle colonne del Riformista l’onorevole Follini:
«Se la lotta è tra il bene e il male, se la sua parte veste i panni della virtù e l’altra parte indossa l’armatura dei soldati delle tenebre, non c’è posto per niente che stia nel mezzo. Non esistono istituzioni, dialogo, compromesso, misura. Tutto è per così dire militarizzato».
Questo scenario post-tolkeniano è incentrato su una forma di manicheismo di maniera che divide non già lo scacchiere politico, ma l’intero paese in due parti: o stai con la legalità dell’Italia dei Valori o – ipso facto – sei contro di essa e quindi sei un mercenario al soldo di un criminale, di un “magnaccia”, di un corruttore, di un essere immondo. Da qui la polemica che investe non solo gli organi di garanzia, ma anche una parte della stampa non incline all’accondiscendenza nei confronti dell’establishment di centrosinistra.
Per questo non stupisce il piglio intimidatorio adottato dall’ex magistrato del pool di Milano nella redazione della lettera destinata al Colle. La si legga con attenzione, nei minimi particolari, perché è un sunto del pensiero politico dell’uomo da quindici anni a questa parte e l’essenza stessa del movimento da lui fondato. In quell’ “è vero o no” che precede ogni quesito rivolto a Giorgio Napolitano è possibile leggere la testarda e noncurante certezza delle proprie opinioni a fronte di un’anima pusilla che si macchia del reato implicito di mancata resistenza, in una sorta di dibattimento giudiziario. “Se i fatti e la teoria non concordano, cambia i fatti” diceva Albert Einstein. La garanzia di essere al di sopra delle parti smette di essere un merito e diviene progressivamente una responsabilità a fronte del paventato pericolo dittatoriale. Usando un linguaggio elementare, basato soprattutto sulle pulsioni populistiche, Di Pietro diventa così agitatore politico rivoluzionario. Il guaio è che ne trae consenso.














