Le osservazioni di Walter Veltroni apparse sull’Unità del 15 giugno sono, in massima parte, fuffa accademica. Ben confezionata, in perfetto stile, con un uso chirurgico della retorica, ma distante anni luce da una seria e concreta istantanea sulla situazione politica italiana. I progetti all’avanguardia, il grande partito riformista europeo, il sano bipartitismo, sono vocaboli connaturati al lessico dell’ex sindaco di Roma, spesi un po’ a casaccio nell’ultimo periodo, utili per rinforzare il voto di quegli elettori già da tempo annoverabili fra le proprie fila.
D’altronde il trend elettorale non è certo lusinghiero per la classe dirigente: diminuisce l’affluenza al voto e aumenta l’identificazione nei blocchi radicali del sistema, con una pesante affermazione della Lega e dell’Italia dei Valori, volta a sconvolgere – in senso deleterio – il dibattito. Come evidenziato da Ricolfi, per il Partito Democratico la prospettiva è buia: «Il ritmo di caduta medio del consenso è del 3,3% all’anno, il che – tradotto in voti – significa che i partiti di centro-sinistra che si candidano a governare l’Italia perdono circa 400 mila elettori all’anno, quasi 1000 voti al giorno». Una cifra consistente su cui Veltroni vanta una dose di responsabilità (Campidoglio a parte).
Non sta meglio il Popolo delle Libertà, un movimento nato sugli allori del trionfo del Capo per oltrepassare la fatidica soglia del 40%, ambendo al ruolo storico di perno sistemico cui vanamente puntò in anni assai più turbolenti la Democrazia Cristiana. Il tracollo è sotto gli occhi di tutti e la scarsa partecipazione alla consultazione non è una scusa plausibile, semmai l’aggravante, poiché il partito di ferro non riesce nemmeno a concentrare il proprio consenso in una tornata a carattere nazionale dalle logiche implicazioni politiche.
Basterebbe questa batosta per evidenziare come lo stato del bipartitismo in Italia non sia cagionevole, ma semplicemente utopico. La verità è che i due partiti a vocazione maggioritaria sono cresciuti male, stritolati dalla visione ascetica e carismatica delle rispettive leadership padronali. Anziché eliminare il trattino nella dicotomia politica centro-sinistra/centro-destra si è preferito rimuovere l’orientamento culturale di riferimento, in una progressiva espoliazione delle peculiarità di quei partiti che, piaccia o meno, avevano fatto la storia della Repubblica.















Il bipartitismo non esiste (ancora) perché la legge elettorale ancora consente l’esistenza di “ali” come Di Pietro e Bossi, quindi basta eliminare queste per ottenerlo automaticamente.
L’occasione c’è, ed è il 21.
@ Polìscor:
Il tuo commento parte dal presupposto che il bipartitismo sia il compimento di una maturazione politica. E io, in tutta franchezza, non ho le medesime certezze in merito.
d’accordissimo con Giuseppe, e poi che vuol dire eliminare le ali??