I paradossi del caso Mills

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Se guardassimo la storia italiana con un approccio lungimirante, senza tradurre tutto nella gretta formula degli interessi di bottega di questa o quella contrada, ci renderemmo immediatamente conto di alcuni dati di fondo che caratterizzano l’assetto dello Stivale. In primo luogo non è mai stato posto il problema di come stabilizzare il sistema costituzionale. E’ sufficiente controllare quanto siano state sottovalutate dalle diverse e alternative coalizioni le due priorità fondamentali per una corretta declinazione dell’essenza democratica: avere un governo di legislatura e consentire l’avvicendamento di leadership concorrenti alla guida del paese. In 148 anni dalla fondazione del Regno abbiamo avuto più di 150 Esecutivi, due Costituzioni promulgate e tre regimi politici che hanno segnato il passaggio dallo Stato censitario allo Stato democratico, attraverso le complesse vicende legate all’esperienza dell’autoritarismo. Con l’adozione della forma repubblicana, in un contesto internazionale complicato e statico qual è stato quello della guerra fredda, la situazione – se è possibile – è persino peggiorata.

Nel 1989 si prese atto del vuoto pneumatico celato sotto il ginepraio: una classe dirigente stordita dall’impossibilità di realizzare gli input provenienti dalla società ha assistito al crollo del blocco sovietico aspettando l’onda lunga degli eventi, senza proporre nuove formule alternative alle ispirazioni ideologiche del passato, con la sola eccezione di Bettino Craxi, che – nonostante gli scandali – ebbe il merito di progettare un’impostazione politica dotata di ragguardevole dignità culturale. Il risultato è stato uno scontro tra poteri: la dilagante corruzione pubblica e l’annidato malcostume tangentizio aprirono uno spiraglio d’intervento alla magistratura che, forte del consenso popolare in un paese trasformista per definizione, riuscì a giocare un ruolo da protagonista nel complesso scacchiere dell’Italia di quegli anni. Ma il potere logora, con buona pace di Andreotti, e così anche la “classe autonoma” per eccellenza si è presto ritrovata ostaggio delle correnti associative.

«Fino a Tangentopoli, e fino a qualche anno fa, il problema era dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, adesso è dell’indipendenza del magistrato rispetto alla magistratura».

Sono parole scritte dal pugno di Clementina Forleo e riportate in un libro pubblicato alla fine del 2008 da Aliberti editore.

Ora, sotto il caso Mills si celano paradossalmente tutti questi fattori. Quando Berlusconi pone il problema del soprannumero dei parlamentari, dello zelo politicamente corretto di una certa magistratura o dell’impossibilità di governare senza ricorrere alle strumentazioni legislative d’urgenza, i cosiddetti decreti, pone in maniera rozza tutti questi quesiti.

Il Partito Democratico e gli altri soggetti possono legittimamente issare barricate nei confronti del pericolo fascista, richiamando l’aula sorda e grigia di mussoliniana memoria, ma devono riconoscere la disfunzione di un assetto bicamerale insulso, in cui il potere più importante conferito al Parlamento è quello dell’ostruzionismo, cioè la possibilità di relegare l’Italia nella palude stigia delle riforme incompiute. Berlusconi governa e ha il dovere di modificare la situazione in funzione del mandato elettorale che il popolo sovrano gli ha conferito, mentre la stampa libera tutta intera ha il diritto di criticare un premier che spesso irride il concetto stesso della rappresentanza. Ma Franceschini, Di Pietro e tutti gli altri non possono limitarsi ad invocare i diritti di chi fa informazione, denunciando i deficit dell’avversario. Devono bensì dare risposte precise ai quesiti che assillano la vita pubblica, per permettere ai colleghi giornalisti e ai semplici elettori di capire, in alternativa, che Italia si prospetta.

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