L’immigrazione vista dallo Stretto

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C’è un’Italia che non ha il privilegio di essere fotografata dal mondo in chiaroscuro dei giornali, dai mass-media, dall’informazione corretta sempre più adoperata come arma di distrazione di massa. C’è un’Italia che non fa notizia, che non appare sulle copertine patinate dei rotocalchi, che legge distrattamente le ultime agenzie, prevalentemente sportive, e mira parimenti a sbarcare il lunario, giorno dopo giorno. C’è un’Italia che non pensa a Veronica Lario e alle veline in politica, ma al problema della precarietà esistenziale, vista come forma di crisi dell’anima in un mondo privo di certezze. C’è un’Italia ignorata, trascurata e maltrattata da una classe dirigente locale, rea di aver tramutato il corretto esercizio democratico nella distorsione partitocratica che pone il cittadino alle dipendenze del movimento e del potentato di turno, non viceversa. C’è un’Italia che non ha rappresentanza parlamentare ed ha abdicato ai suoi diritti elettorali non riconoscendosi nella dicotomia politica destra/sinistra, ma distinguendo nella routine quotidiana solo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, secondo insindacabili criteri soggettivi.

E’ strano osservare come in un pomeriggio di Maggio questa Italia viene fuori, repentinamente, perfino in un piccolo centro cittadino quale indubbiamente è quello messinese. In riva allo Stretto manca la forma mentis della grande metropoli, con buona pace di quanti sognano ponti e infrastrutture che diano una dimensione europea o anche solo nazionale all’isola. No, la Sicilia è diversa, nell’aria si respirano odori e sfilano costumi specifici di questa terra. Se si presta attenzione si possono scrutare perfino dei modi di vivere che progressivamente sentiamo meno nostri nel caos ritmico e incalzante della globalizzazione. Seduto al tavolo di un bar ordino il classico caffè macchiato con panna, frutto di un retaggio generazionale di cui mi sento umile erede. La signorina con un’ordinata chioma bionda, di bell’aspetto e sempre sorridente, meccanicamente lo accompagna con un bicchiere d’acqua in ossequio ad un’antica tradizione peloritana: è come se la bevanda in sé non dissetasse o come se il consumare quella piccola tazzina fosse un vezzo, un modo di atteggiarsi, semplicemente un tributo aromatico al palato. Tutto, meno che un semplice caffè.

Guardo distrattamente dietro il vetro del gazebo e noto un universo omologante: macchine in seconda fila, minorenni alla guida di trabiccoli costruiti Dio solo sa come, musica a tutto volume che alimenta come colonna sonora l’andirivieni caotico di tanti sconosciuti, attaccati al cellulare alle sei di sera, intenti a programmare con ogni probabilità gli sgoccioli di fine giornata per poter tornare al nido familiare. Vedo, inevitabilmente, quanti stranieri passeggiano tra i marciapiedi e non posso non pensare alla questione multietnica perdendomi nei colori variegati delle diverse identità. Visi che richiamano radici differenti in un unico contesto nazionale. Se Berlusconi fosse qui, seduto di fronte a me, si renderebbe immediatamente conto di quanto le chiusure siano più simboliche che concrete: ma questo il Cavaliere lo sa e mi convinco sempre più della necessità di porre al bando i leitmotiv della campagna elettorale. Mi sovviene alla mente un vecchio film di Gabriele Salvatores, Mediterraneo, caratterizzato da una battuta romantica e suggestiva che offre uno scorcio interessante sull’umanità dei diversi popoli durante il secondo conflitto bellico: “una faccia, una razza”. Equazione matematica utopicamente inopinabile. Nessuno ha paura dell’empirico uomo nero, di quel fantasioso personaggio scuro che alimentava le nostre irrequiete fantasie nell’età fanciullesca. Nessuno è xenofobo per definizione: non in Sicilia, terra di mare e crocevia del sole, Nord Africa secondo alcuni, profondo meridione secondo altri. Terra di conquista per i mori che furono, i quali – fra l’altro – ci hanno lasciato una discreta eredità, tanto nei beni culturali, quanto nei retaggi caratteriali. In riva allo Stretto il clima è diverso rispetto al resto del paese e non bisogna negarlo. Eppure anche qui il consenso alle misure del governo, il disagio della società civile è visibile, palpabile persino sulle sponde del Mediterraneo: non è frutto di un riflesso condizionato, di una forma latente di razzismo, né – tantomeno – di una progressiva berlusconizzazione della società. E’ piuttosto il concreto manifestarsi di forti perplessità sul coerente inserimento degli stranieri nel nostro tessuto sociale e questo prescinde dalle bandiere faziose o dai loghi di partito. Una cosa talmente razionale da essere maledettamente rivoluzionaria nel distaccato cinismo delle vecchie prassi governative. I negozi cinesi hanno sbancato recentemente il mercato nostrano, proponendo vesti discrete a prezzi stracciati. Eppure quelle insegne, quegli stendardi rossi così vistosi e così in aperto contrasto con l’atmosfera cittadina risaltano all’occhio di un acuto osservatore. Sono denunce di una scarsa integrazione, dell’incapacità della comunità italiana di evolversi in qualcosa di diverso. E’ a questo che la sinistra dovrebbe pensare mentre sventola niet russi a qualsiasi proposta di respingimento. L’Italia non è preparata. Non oggi, non ora, non in questo momento. Maroni avrà tanti difetti, non ultimo quello di far parte di un movimento politico in cui le baracconate sono all’ordine del giorno, ma come ha scritto Ricolfi sulla Stampa la gauche non può costantemente ignorare la dimensione concreta e materiale del problema. La criminalità colpisce in primo luogo le classi più deboli, tradizionale ceto di riferimento e bacino elettorale del fronte progressista, senza contare che un immigrato irregolare sbarcato sulle nostre coste diventa nella “migliore delle ipotesi” schiavo di un sistema di caporalato postmoderno, nella peggiore alfiere dell’illegalità egli stesso. Bisogna allora guardare oltre, oltre la riva del mare, oltre ogni guado, là dove i problemi sorgono. Se non si concorda davvero con le posizioni assunte dall’Esecutivo, bisogna avere il coraggio di proporre misure alternative che siano credibili e che parlino di una realtà esistente e non di quella fittiziamente immaginata da pochi eletti. O, in alternativa, bisognerebbe rifugiarsi dietro il buonsenso del tacere: parlare è un diritto, non un obbligo.

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2 Responses to L’immigrazione vista dallo Stretto

  1. endriu dicono:

    La “realtà esistente” è proprio la società multietnica in cui viviamo, con buona pace del presidente del consiglio. Si può discutere quanto si vuole sulle misure adottate dal governo, io le ritengo sinceramente ridicole ed oltraggiose. Il reato di clandestinità mi sembra per definizione un concetto vicino alla barbarie, si classificano gli uomini in base ad azioni che in certe condizioni non possono in alcun modo evitare. Le ronde dei cittadini.. vabbè qua forse meglio non commentare. Il concetto di medico spia-preside spia, mi fa sentire in Eurasia, dove non ci si può fidare neanche di un vecchio antiquario per passare qualche ora di libertà. Infine il respingimento dei clandestini, con la scusa banale del voler lottare contro chi questi clandestini li deporta. Mi spiace ma questa la possono raccontare a qualcun altro non a me, dicano la verità e poi ne parleremo..

  2. Giuseppe Lombardo dicono:

    @ endriu:
    Abbastanza d’accordo su tutto, eccetto l’ultimo punto come si intuisce anche dalla lettura dell’articolo

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