La guerra di Obama

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La cacciata di McKiernan forse non è il segnale del grande cambiamento che la sinistra liberal di tutto il mondo si aspettava. Certo, un dato di fatto è difficilmente contestabile: da questo momento la presenza militare americana in Afghanistan segue una strategia marcatamente democratica, tanto che qualcuno ha già cominciato a parlare della “guerra di Obama”. Non a torto.

«When a Cabinet officer asks for a subordinate’s resignation, it means that he’s firing the guy. This doesn’t happen very often in the U.S. military. McKiernan had another year to go as commander. (When Gen. George Casey’s strategy clearly wasn’t working in Iraq, President George W. Bush let him serve out his term, then promoted him to Army chief of staff.) Gates also made it clear he wasn’t acting on a personal whim. He said that he took the step after consulting with Gen. David Petraeus, commander of U.S. Central Command; Adm. Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff; and President Barack Obama. According to one senior official, Gates went over to Afghanistan last week for the sole purpose of giving McKiernan the news face-to-face».

Ritenere tuttavia che gli alti comandi, dopo l’addio di George W. Bush, rispondessero ancora, sia pur indirettamente, alle istruzioni della vecchia amministrazione, rea perfino dell’onda lunga di violenza con la strage di Farah, vuol dire peccare nell’analisi degli eventi di una grossolana superficialità: non si può considerare Obama un supereroe custode di un messaggio profetico e di pace per poi, al tempo stesso, reputare il medesimo presidente talmente stupido da non aver nemmeno ragionato con l’establishment militare dislocato negli avamposti bellici. Certi blog, affezionati allo spoil system unilaterale, colgono ogni occasione per attaccare il cuore del vecchio governo, ignorando il senso della parola “fatalità”, per quanto crudele esso possa essere.

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