I toni radicali non mi hanno mai entusiasmato: non mi piacevano prima, quando il presidente del Consiglio era Romano Prodi e tutti – a destra – gridavano al regime delle tasse, non mi aggradano adesso, allorquando noto Franceschini parlare inopinatamente di leggi razziali di fronte ai microfoni delle diverse agenzie. I disegni del governo, quale che sia il colore della maggioranza politica sancita dalle urne, sono sempre più o meno discutibili, ma se non ledono interessi e diritti primari di fondamentale importanza per i cittadini, non possono essere tacciati di autoritarismo. Così facendo si alimenta un clima di terrore in prossimità degli eventi elettorali che è indice dell’irresponsabilità politica della classe dirigente.
Veniamo ai fatti. Il Governo ha autorizzato la fiducia sul ddl sicurezza, specificando che la materia interessa un tema prioritario per l’Esecutivo e l’intero centrodestra, da qui la richiesta di forzata compattezza parlamentare. Il timore dei franchi tiratori, in quella che è storicamente una delle maggioranze più forti della storia nazionale, evidenzia una crepa nelle fila del movimento berlusconiano a qualsiasi osservatore di buon senso. Tuttavia l’uso scientifico della fiducia è un espediente come tanti di cui si è fatto abuso fin dall’avvento della Costituzione. Fin qui, dunque, nessuno scandalo. D’altronde non tocca a me rammentare che l’ultimo governo di centrosinistra ha guidato il paese sfidando pubblicamente il buonsenso con un uso spasmodico dello stesso strumento parlamentare, basandosi – fra l’altro – sul sostegno determinante dei senatori a vita.
Il problema allora è il contenuto del decreto. Dario Franceschini, in un incontro con le associazioni che si occupano di immigrazione, ha attaccato frontalmente il Pdl sostenendo che la politica portata avanti dall’Esecutivo sembra incanalarsi nel solco delle leggi razziali. E’ questa una sparata propagandistica di breve respiro che non rende onore all’intelligenza del segretario del Pd. Quando la destra siede sui banchi della maggioranza, il paragone storico col Ventennio è sempre paventato da quanti sfruttano impropriamente l’esperienza passata per tentare di abbattere la scure della storia sulla popolarità del Gabinetto. In realtà qualsiasi storico di livello rammenterà che il degradarsi dei diritti toccò l’apice con le leggi razziali. E’ una prima differenza estremamente significativa: i provvedimenti del 1938 non erano il principio, ma la fine di un’esperienza politica che aveva visto un progressivo asservimento del cittadino alla logica autoritaria dello Stato. Con quegli atti si negava la possibilità stessa per gli ebrei d’essere soggetti di diritto a pieno titolo e si creava così una sottocategoria di cittadini, eliminati dalle scuole non solo come studenti, ma anche come insegnanti. Veniva sancita la loro eventuale espulsione dalle forze armate, dalle industrie, dai commerci, dalla pubblica amministrazione, dalle professioni, dallo spettacolo. Paragonare il ddl sicurezza avanzato oggi dall’Esecutivo a tutto questo è un’operazione politica di sciacallaggio meschino che pone il Partito Democratico in una posizione scomoda. Pur avendo concettualmente ragione riesce ad avere torto, perché se l’idea di essere un paese di medici-spia, di presidi-spia e via dicendo è frutto di una sub-cultura leghista che invoca la presenza dello Stato non come un’autorità centrale cui fare riferimento, ma come un gendarme col manganello pronto ad usare il pugno di ferro, beh è altresì innegabile che rilanciando toni drammatici si gioca la partita con le fiches dell’avversario e Berlusconi ha già dimostrato, perfino nel passato recente, di essere un autentico professionista dell’azzardo, disposto a correre soltanto rischi calcolati.





















