L’Economist ha sempre avuto in antipatia il Cavaliere e, più in generale, la classe politica italiana. Probabilmente è un sacrosanto riflesso incondizionato della stampa internazionale, in particolar modo di quella britannica, ispirato al principio matematico secondo il quale ciò che non si capisce implicitamente insospettisce.
Chi ha un briciolo di memoria ricorderà la famigerata copertina in cui la prestigiosa rivista definiva “inadatto” alla guida del Paese il presidente del Consiglio. Quello fu il momento clou di una querelle che aveva radici lontane nel tempo, attraverso reportage e l’avvento di un giornalismo d’inchiesta a volte un po’ ambiguo nella selezione delle fonti. L’offensiva fu peraltro il momento più esacerbante di un’autentica crociata, caduta con perfetto tempismo durante la presidenza di turno dell’Unione. Tale fu il livore che la sala stampa di Palazzo Chigi non poté fare a meno di rispondere, in maniera ufficiosa, tramite uno scambio di battute, un gioco di parole che portò i berluscones a storpiare il titolo del settimanale, definito ironicamente l’Ecomunist di fronte alla grande platea televisiva. Un nome, un’etichetta, che consentiva di cavalcare il leitmotiv di battaglie ancora oggi anacronisticamente menzionate, inficiando parimenti le autorevoli critiche affossate dal velo della faziosità.
Risulta perciò naturale notare oggi le critiche serrate che lo stesso periodico rivolge al presidente in uno dei suoi focus sul Belpaese. L’assioma è semplice: Berlusconi gode di un consenso enorme all’interno dei confini patri e bisogna prenderne atto. Ciò non induce ad essere più magnanimi nei suoi confronti. Berlusconi ha i numeri per riformare e tergiversa, diventando ostaggio di una crisi che potrebbe cavalcare visto la scarsa intraprendenza degli istituti bancari nazionali. Egli, invece, trascinato dall’amore spasmodico per il proprio ego, preferisce gongolare per le rilevazioni demoscopiche che lo lanciano nel pantheon dei leaders più amati al mondo. Il Cavaliere, inoltre, non ha sciolto i dubbi che riguardano il conflitto d’interessi, la cui mole grava ancora come una spada di Damocle sulla testa della leadership del Pdl, facendosi alfiere di un modello populistico che preoccupa gli osservatori internazionali.
Tuttavia c’è un elemento di discontinuità nell’analisi del berlusconismo. E’ un elemento di visione critica, sia chiaro, ma può essere anche letto come un riconoscimento alla capacità comunicativa e all’incisività del lavoro svolto dal politico brianzolo in questi quindici anni. Innanzitutto ha riformato il linguaggio culturale della società civile: Berlusconi si è candidato alla guida di un movimento, Forza Italia, che prefigurava l’avvento di una nuova classe dirigente, composta da volti e visi puliti posti su uno sfondo azzurro patinato, una scena brillante dopo lo sfacelo della Prima Repubblica. Azzurro, come il colore della maglietta della nazionale di calcio, non a caso si parlò di discesa in campo dell’imprenditore e non di una banale presa di posizione nell’ottica del rinnovato agone politico. Era tutto studiato. Inoltre, come ha evidenziato Marta Dassù, «un giornale che ha sempre sparato a zero sul nostro paese, riconosce allo stesso un enorme potenziale». A fronte di un debito pubblico elevato vi è un basso debito privato, ossia una riproposizione del motto tremontiano per cui abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, ma non abbiamo un’economia da terzo mondo e «la ripresa di FIAT, impegnata al take over di Chrysler – conclude il direttore di Aspen Institute Italia – è davvero notevole. Se c’è qualcuno che sta avendo una buona recessione è Berlusconi. Così buona da indurre a una qualche rassegnazione persino l’Economist».














