La crisi dell’informazione tradizionale

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Barack Obama «ritiene che vi debba essere una salda libertà di stampa nel paese» ed ha espresso «preoccupazione e tristezza» per lo stato odierno del settore. Poche parole sono bastate a Robert Gibbs per spiegare la posizione della Casa Bianca in merito al crollo delle vendite nell’editoria. Il tono lapidario, al di là della retorica dei buoni propositi, cela un dato di fatto che lo stesso Gibbs ha dovuto candidamente ammettere di fronte all’insistenza dei giornalisti d’oltreoceano: il governo non sa da dove partire nell’affrontare il problema. Il perché è presto detto: se Washington sovvenzionasse il mondo dell’informazione, probabilmente dovrebbe stilare un criterio meritocratico con cui distribuire le risorse. Il che, logicamente, implicherebbe critiche di natura politica ed economica difficilmente tollerabili per l’establishment dell’Asinello: da un lato si esporrebbe il presidente di fronte alle sortite repubblicane sul tentativo di accomodarsi ulteriormente i salotti buoni, dall’altro si andrebbe naturalmente incontro alle perplessità finanziare di quanti – in tempi di stagnazione o di vera e propria recessione – guardano con sospetto all’intervento pubblico. La formula adottata in diversi paesi d’Europa non può trovare eco nel nuovo continente. Tradotta in soldoni, la decisione di Obama, può pertanto essere sintetizzata nella formula “nessuna sovvenzione”.

E’ d’altronde di tutta evidenza come il calo delle vendite sia un fenomeno globale e strutturale, tanto più vistoso negli Stati Uniti data l’estensione territoriale coperta dai media. L’avanzata dei blog prima e la concorrenza delle edizioni virtuali dopo hanno compromesso l’autorevolezza della grande stampa, che riesce ad attrarre pubblico laddove fornisce spunti di riflessione. Tuttavia un giornale di puro approfondimento, che non tenga conto della cronaca degli eventi, è impensabile, tanto più in un contesto fortemente regionalistico come quello americano. Bisognerà allora reinventarsi, cioè formulare nuove proposte nell’era della globalizzazione.

L’unico a gioire è Rupert Murdoch, padrone indiscusso di Sky-Italia e, dall’estate di due anni fa, editore di riferimento del Wall Street Journal, rilevato per poco più di cinque miliardi di dollari. Intendiamoci: non è che lo Squalo navighi nell’oro per il fiore all’occhiello della critica economica, però oggi il prestigioso quotidiano può vantare una tendenza opposta nelle edicole rispetto ai diretti concorrenti: a fronte di un aumento dello 0,6% delle vendite, lo Usa Today registra un calo di lettori pari al 7,6% rispetto al medesimo periodo dell’anno passato, mentre un danno più contenuto è quello che concerne il New York Times, fisso al meno 3,5. Proprio il magnate australiano, un mese fa, intervenne nel dibattito sulle nuove formule giornalistiche per la stampa del domani, benedicendo la scelta – già adottata dai suoi predecessori – di creare sezioni a pagamento per l’accesso all’informazione virtuale. Egli spiegò come il rischio di perdere lettori doveva essere ugualmente corso, puntando tutto sull’autorevolezza dei propri dipendenti e sulla forza dei contenuti. Gli introiti derivanti dalla pubblicità sono infatti in perenne calo e se alcuni editori Usa, come Tribune, hanno presentato bancarotta, altri non riescono più a sopportare il prezzo della sfida e si vedono costretti a chiudere grandi quotidiani cittadini.

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