aprile 30, 2009

Papa’, veline e mezzibusti

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Se non fosse di cattivo gusto, il dibattito familiare tra Silvio e Veronica sulla presenza delle veline in politica sarebbe perfino allettante. Già, perché è curioso notare come la sinistra sia pronta ad issare l’effige della moglie di Berlusconi pur di ottenere un briciolo di consenso in più nella tornata della disfatta annunciata. Ed è curioso evidenziare come questo sia un ricorso storico di vichiana memoria, giacché non abbiamo relegato nell’oblio l’immagine della signora Lario che pretende le scuse del marito a mezzo stampa. Sarebbe più semplice, per noi osservatori, discutere dei problemi seri di questo paese se moglie e marito, sfruttando magari qualche promozione telefonica particolare, decidessero di conversare riservatamente sulla natura delle liste elettorali, senza tediare l’opinione pubblica.

Parimenti curioso è notare come nelle liste del Partito Democratico figurino, tra i candidati, due nomi apparentemente di spessore: quello del sindaco di Bologna Sergio Cofferati e il meno ideologizzato mezzobusto di Raiuno David Sassoli.

L’ex segretario della Cgil, recentemente condannato per condotta antisindacale, non ha mai avuto il pregio della coerenza: quanti lo ricordano alla guida della confederazione col maggior numero di iscritti, sicuramente rammenteranno la promessa di ritornare, a fine mandato, alla Pirelli, laddove la sua coscienza sociale si era sviluppata in piena autonomia dagli apparati di partito. Intendiamoci: qui non è in discussione un giudizio sull’operato politico dell’amministratore Cofferati (sebbene anche quello, per chi scrive, non è certo lusinghiero), bensì l’opportunità di presentare il suo nome nel consesso elettorale europeo. Qualche mese fa, infatti, fu lo stesso primo cittadino ad annunciare un po’ a sorpresa la decisione di non ripresentarsi alla guida del centrosinistra nelle amministrative comunali. Il ragionamento era nobile perché familiare: «è impossibile fare il genitore a Genova e il sindaco a Bologna», disse suscitando sconcerto per il suo candore. Un bambino ha bisogno di attenzioni ed è giusto che papà Sergio sia presente. Come tutto ciò si possa coniugare con una scontata elezione tra Bruxelles e Strasburgo è per me materiale investigativo degno di X-Files.

Ma veniamo al secondo big presentato da Franceschini: David Sassoli è l’ennesimo giornalista transfugo dalla cronaca degli eventi e smanioso di diventare protagonista attivo di una nuova battaglia. Libero lui di farlo, liberi noi di criticare il malcostume di una certa stampa che sembra usare le porte del servizio pubblico in maniera girevole, come fosse la hall di un albergo a cinque stelle utile per fare carriera. Santoro, Gruber, Pionati sono tutti giornalisti più o meno di spessore che hanno tentato l’azzardo della politica attiva. Se l’ultimo ondeggia nella propria militanza tra un partito e un altro (vale sempre la massima dannunziana che sancisce la positività del cambiare partito e non idee, piuttosto che il contrario), gli altri due conduttori hanno sfruttato la popolarità dell’elezione per riciclarsi poi in una veste nuova e differente. Santoro con l’aureola del martire è potuto tornare in prima serata su Raidue, opportunità preclusa alle giovani leve che vengono relegate ai lavori di redazione; la rossa del servizio pubblico ha invece firmato un contratto per La 7, sostituendo Giuliano Ferrara alla guida di Otto e Mezzo e snaturando l’essenza bipartisan di quel programma.

A fronte di questa sfilza di nomi indubbiamente esimi, ma quantomeno discutibili, resta l’amaro in bocca per l’idea squisitamente nazionale di considerare le belle donne degli oggettini decorativi. La fondazione Farefuturo, di area finiana, ha chiaramente menzionato “uno stereotipo femminile mortificante”, scagliandosi contro la dittatura delle quote rosa che uccide la meritocrazia. Almeno così vogliamo interpretare il lungo articolo attenzionato dai giornali, perché se davvero la crociata fosse stata lanciata nei confronti di qualche ex tronista di Uomini e Donne, beh allora le perplessità su un buonismo professionale di facciata indurrebbero a chiedere un ripensamento complessivo di una fondazione che si vuole culturale e che, pertanto, dovrebbe coerentemente dispensare sapere e non giudizi degni di una tavola calda di periferia.

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