L’ossequio rispettoso che si nutre nei confronti dei principi cardine della Costituzione non dovrebbe mai degenerare nella sacralizzazione del testo come unica base possibile di convivenza civile. La Carta è stata scritta all’indomani di un conflitto bellico devastante, da una classe dirigente che aveva il pregio dell’onestà e il difetto di vivere conformemente allo spirito del tempo, con scarsa lungimiranza. La necessità immediata di creare armonia nello Stivale, dopo una sanguinosa faida che aveva spaccato in due il Paese con l’esistenza e il consolidamento sia pur breve di due Stati fantoccio controllati da potenze straniere, portò dopo un’ampia discussione all’adozione di un testo di pregevole fattura, ma pur sempre farraginoso perfino nella sua originaria impostazione.
Facciamo un esempio di meccanica istituzionale: il Parlamento elegge il Presidente della Repubblica e può, a livello teorico, in presenza di gravi circostanze, metterlo in stato d’accusa; a sua volta il Presidente può sciogliere anticipatamente le Camere, inficiando il potere poc’anzi indicato, e nominare un nucleo di giudici alla Corte costituzionale, cioè insediare un gruppo di esperti del diritto presso lo stesso organismo che dovrebbe pronunciarsi sulle accuse promosse contro il Presidente medesimo. E’ lapalissiana la confusione. Gli interpreti togati, in quest’ottica, andrebbero giudicati sulla base della coerenza dei loro pronunciamenti con l’impatto sociale delle norme e non per le doti da oracolo decantate da certuni.
La Carta del 1948 è pertanto una traccia, una sorta di manifesto, all’interno della quale vengono elencate le linee guida per la condivisione minima di alcuni valori di fondo nell’ambito della comunità nazionale, partendo dal necessario e sacrosanto rispetto per le diverse culture e identità dei singoli e abbracciando il principio di democrazia che affida al Parlamento il ruolo di organo sovrano, in quanto diretta espressione della volontà popolare. Questo è il nocciolo del nostro sistema.
La sentenza sul caso Englaro e il pronunciamento di ieri da parte della Consulta sulla presunta incompatibilità di alcune norme con lo spirito del documento dei padri fondatori rischiano, oggi, di far titubare perfino i più mesti moderati per ciò che riguarda i meccanismi tipici dell’interpretazione legislativa. Procediamo con ordine compiendo un passo indietro e rammentando ancora una volta la drammatica serie di eventi giudiziari che ha portato alla sentenza su Eluana. Ripetiamo, non ci stancheremo mai fino alla fine dei giorni, che a ordinamento vigente costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di un terzo, seppure con il di lui consenso. E’ concesso che i fattori causali presenti nell’organismo sviluppino i loro effetti, in quanto l’accanimento terapeutico è visto con doveroso sospetto non solo dallo Stato laico, ma da qualsiasi cristiano – financo “bigotto” – che mostri un minimo di misericordia. Se il paziente in prima persona, dotato di capacità legale e naturale di agire, rifiuta consapevolmente interventi terapeutici che ne ritarderebbero la morte, l’omessa azione curativa è legittima. Il dramma in cui si è consumata la tragedia Englaro, che ha scosso tutti noi e ha portato all’adozione di un testo legislativo discutibile, formulato in fretta e furia in seguito alle grandi polemiche e al braccio di ferro che qualcuno ha voluto inscenare, non presentava uno solo dei suddetti requisiti. Non c’era un documento scritto che attestasse una precisa disposizione di Eluana in merito al trattamento di fine vita. C’era, piuttosto, la ricostruzione frammentata di un ricordo del padre in una giornata dispersa nel chiaroscuro della memoria. Un soggetto terzo, come le tante amiche che raccontavano i dubbi e le perplessità della stessa ragazza di fronte a temi così importanti (ma di queste informazioni la grande stampa ne è venuta a conoscenza solo dopo l’attuazione della sentenza). Ammessa e non concessa l’ipotesi della volontà eutanasica di Eluana, bisogna tra l’altro rammentare che lo stato vegetativo è scientificamente definito persistente e non irreversibile e, concludendo, occorre dimostrare come sia “intervento terapeutico” un trattamento esistenziale basato su nutrimento ed idratazione.
Ieri è stato compiuto un altro strappo nei confronti del rispetto basilare del principio della vita, principio – tra l’altro – tutelato esplicitamente dalla nostra Carta: la Corte Costituzionale ha bocciato la legge 40 nella parte che limita a tre il numero degli embrioni da impiantare. Naturalmente, per onestà intellettuale, aspettiamo di leggere le motivazioni alla base di questo pronunciamento, ma frattanto possiamo analizzare il messaggio da far west che ne vien fuori, almeno secondo le interpretazioni radicali: via con la sovrapproduzione, via con la deriva eugenetica in quella che un tempo fu la culla del diritto e del cattolicesimo. La vita da fine diventa mezzo in barba a Kant, strumento manipolabile per soddisfare oggi il bisogno di avere un figlio, domani magari di averlo bello, biondo e perfetto. E’ così che si apre la porta a un nuovo modo di vedere la società, un mondo in cui quel piccolo insieme di valori – che Papa Ratzinger ostinatamente definisce non negoziabili – diventano orpelli stanchi di una coscienza logorata, idoli da innalzare alla Bibbia Costituzionale da cui noi tutti dipendiamo. Le leggi vengono così non riviste, ma sostanzialmente modificate dai giudici, che pur non avendo un mandato rappresentativo, in forza del loro ruolo di garanzia decidono cosa è lecito fare in Italia e cosa no, mettendo mano ai testi fuoriusciti da Camera e Senato. Sublime paradosso di un paese che ha già pagato dazio per le scorrette intromissioni nell’agorà politico di alcuni pastori molisani.
A furie di sentenze che revisionano il nucleo di ferro dei provvedimenti normativi, stiamo andando incontro a una nuova e Terza Repubblica, ove la chiave dell’interpretazione costituzionale diventa anch’essa una modalità attraverso cui alienare dall’equilibrio dei valori quegli elementi propri della cultura cattolica e cristiana che, piaccia o meno, vivono e vibrano nelle vene pulsanti di questo paese fin dal 1861. Un capolavoro politico destinato a creare nuovi esuli in patria.















L’articolo mi è piaciuto, ben articolato, con alcuni passaggi condivisibili. Ma… si parte da un’assunzione di fondo, ovvero dal voler vedere necessariamente in anni di ricerca passati un desiderio di deriva eugenetica, trascurando però il particolare per cui migliaia di coppie dal nostro paese sono ormai costrette ad espatriare per avere figli che una legge dello stato, dettata dalla coscienza religiosa e non certo da una visione laica, non permette più di avere con una certa sicurezza.
Questa per me è una faccia della medaglia che non si può trascurare…
No, Endriu per carità. Solo non credo nel mito del figlio perfetto o nel “diritto” ad avere il dono di un bambino. Sono cose che mi fanno rabbrividire. Preferisco l’Italia “culla del Medioevo” allo spettro anche solo apparente della vita in laboratorio.
concordo sul mito del figlio perfetto, ma quello non è l’unico aspetto della questione, e dunque non si può bloccare tutto per evitare un problema, cosa che invece è stata fatta con la legge 40…