Basterebbe poco, anzi pochissimo. Videocamere digitali o webcam a volontà e la pazienza di insegnare al docente universitario come disporre di quegli strumenti. Una tecnologia non ultra-avanzata, non al top dell’efficienza, bensì utile e funzionale, così come impone la logica del risparmio nei tempi di crisi cui stiamo andando incontro. Un investimento, più che un intervento oneroso.
Poi un funzionario, un qualsiasi rappresentante dell’amministrazione pubblica, incaricato di assumere il gravoso compito di aprire un canale su Youtube, laddove l’intero apparato burocratico non riesca a creare uno spazio apposito all’interno della rete. E il dado sarebbe tratto. Pochi clic e un paio di milioni di euro per internazionalizzare il sapere nazionale e per renderlo facilmente fruibile all’interno dei nostri confini.
L’esperimento di cui parliamo è già stato avviato negli Stati Uniti, grazie all’opera svolta dal più noto sito di sharing online. YouTube ha infatti realizzato un canale apposito all’interno della propria piattaforma, ove vengono indicizzati i principali video educativi provenienti da tutte le università del Paese. In tal modo si conseguono immediatamente due risultati pratici: in primis, gli studenti hanno l’opportunità di essere costantemente aggiornati direttamente da casa sulle lezioni che intendono seguire, avendo tra l’altro la costante agevolazione della ripetizione; in secondo luogo, essendo il canale di pubblico dominio, si consentirebbe alla platea d’interessati, un uso più cosciente del tempo libero. La possibilità di accedere a migliaia di informazioni dalle fonti più “autorevoli” del paese creerebbe l’opportunità di internazionalizzare certe tematiche culturali, proprie del dibattito italiano.
Di recente il ministro Bondi ha avanzato una proposta copernicana nella gestione del servizio pubblico televisivo: sfruttare il meccanismo del digitale terrestre per creare una rete dedita esclusivamente alla trasmissione di programmi ed eventi culturali, svincolata dai limiti imposti dall’Auditel. E’ un progetto ambizioso, che naturalmente riteniamo utile e apprezzabile, sebbene qualche riserva va posta sull’esenzione dagli indici di ascolto: è un’ipotesi fuorviante, infatti, quella secondo cui la cultura non buca il video e, in quanto tale, sia una sorta di polpettone di cui beneficiano poche migliaia d’italiani. Il problema, oggi, è che non c’è libertà di scelta: la raccomandazione, fenomeno di malcostume nazionale, ottiene uno spazio celebrativo all’interno di una trasmissione della prima rete Rai nella fascia serale, mentre il teatro di De Filippo viene relegato alle 23.30 sulla seconda rete (quando c’è). In un contesto simile è fin troppo evidente evidenziare come la corsa verso il basso trovi pochi argini sul suo cammino. L’uso sapiente del web offerto dalla proposta che ho indicato all’inizio di questa breve riflessione potrebbe essere la chiave di volta per l’interpretazione di un nuovo modo di concepire la cultura di massa e il suo rapporto con la comunicazione. Un’iniziativa che dovrebbe essere sposata dal governo Berlusconi, da sempre incline alla digitalizzazione della burocrazia. Per i motivi menzionati tale articolo, che in questa sede poniamo all’attenzione dei lettori, sarà parimenti inviato ai ministri competenti (Innovazione e Beni Culturali) grazie all’utilizzo della posta elettronica. Attendiamo fiduciosi una risposta.














