Lo spettro del Predellino

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“Nasce il partito degli italiani”. Con questo slogan, stampato a caratteri cubitali su una scenografia teatrale, Alleanza Nazionale ha ufficialmente chiuso la propria breve parentesi storica nell’Italia repubblicana, in vista di una prospettiva futura di più ampio respiro. L’obiettivo del progetto fusionista che darà vita, la prossima settimana, al Popolo delle Libertà è lapalissiano fin dalle premesse: creare un soggetto in grado di lambire quota 40%, stabilizzando il sistema in una salda logica bipolare. Un progetto che permetta di portare al contempo il bagaglio valoriale della destra al di là dei confini definiti dalle vecchie strutture del secolo scorso. Questa è probabilmente la conseguenza logica del sogno agognato a Fiuggi, che sembra assumere nelle ultime settimane i caratteri concreti della prospettiva su cui lavorare, grazie anche al decisivo apporto del Cavaliere nelle sue vesti non istituzionali.

Nella sua relazione conclusiva, il presidente della Camera ha però declinato una nuova strategia che ha spiazzato gli elettori più genuini, precisando che il Pdl non potrà essere definito astrattamente di destra. Sarà un contenitore ampio, ha precisato, in cui ciascuno porterà il suo contributo, nel rispetto delle diverse storie e delle diverse identità. Socialisti, radicali, missini e democristiani, tutti sotto lo stesso cielo. Non spetta a noi giudicare quali siano le condizioni minime per il rispetto del dibattito interno, un dibattito che adesso – è curioso – tutti invocano, ma che ben pochi hanno concesso nelle recenti esperienze. Se Forza Italia ha incarnato l’idea stessa di un movimento piramidale, in cui gli ordini calavano dall’alto perfino per le decisioni periferiche, è impossibile ignorare che dopo lo strappo di Gerusalemme (cui seguì una scissione interna) mai un congresso è stato convocato nell’ambito del soggetto erede del vecchio Movimento Sociale.

Forse è anche per questo motivo che l’intervento di Gianfranco Fini è stato visto dalla platea non come un tentativo di adunare le masse per volgere lo sguardo oltre il guado, ma come un commiato tecnocratico dalla sua base tradizionale, un addio che libera le coscienze critiche di un popolo che ha faticato non poco nel seguire il percorso della leadership del partito. Basta parlare con gli elettori per capirlo e, badate, non ci si riferisce, naturalmente, in questa sede alla scontata condanna delle leggi razziali o a presunti dissensi sulle svolte storiche già rimuginate nel 1994. Ci si riferisce, piuttosto, allo svilimento di alcune battaglie tradizionali in cui tanti avevano creduto, come il no all’immigrazione selvaggia o la precisa volontà di affermare un modello sia pur embrionale di repubblica presidenziale. Grandi temi, grandi cavalli di battaglia, finiti in soffitta per far posto al voto amministrativo per gli extracomunitari, al federalismo di matrice leghista e ad una sorta di premierato forte che non libera, ma limita, il volto arrogante della partitocrazia sistemica. Gianfranco Fini ha fatto le sue scelte, comunicandole alla stampa senza discutere coi colonneli (ci scusi Gasparri, se non lo promuoviamo generale), in forza della capacità indiscussa di guidare An. Restano però sullo sfondo i dissapori dell’attenuato spirito di militanza, che hanno visto l’intera base in rivolta contro la decisione personale del Presidente della Camera di recarsi alle urne – a suo tempo – in occasione del referendum sulla procreazione assistita.

C’è chi parla di una destra moderna, nuova e diversa nella propria fisionomia. Forse questo qualcuno non sbaglia, sarà il tempo a dire chi aveva torto e chi ragione. Non si può però trascurare l’elettore medio: egli può essere ignorato, ma non irriso per le proprie convinzioni. E qui il discorso si ampia notevolmente e volge, com’è logico, all’altra parte dello schieramento, all’esperimento surreale di un Partito Democratico costruito in fretta e furia per ridare fiato ad una classe dirigente logorata dalle correnti e vecchia ogni oltre limite ragionevole. Ha scritto Emanuele Macaluso su la Stampa di Torino:

«Si disse allora che finalmente nasceva il partito dei progressisti italiani, il quale metteva in moto, senza una legge, una riforma del sistema politico fondato sul bipartitismo. Dopo un anno abbiamo visto un Pd rimpicciolito e in affanno e crescono l’Udc di Casini, l’Idv di Di Pietro e la Lega di Bossi. Anche a sinistra del Pd si riorganizzano forze che sembravano destinate a scomparire. Il Pd, ha cambiato segretario, ma non riesce a darsi un asse politico culturale necessario per essere un partito con un suo progetto e non una coalizione per contrastare il potere berlusconiano».

Non vorremmo commentare un itinerario simile per il Popolo delle Libertà: i soggetti sono tanto più forti quanto sono elaborati dal basso. I partiti devono essere metabolizzati e la massa critica serve come il pane e come il vino. Altro che Predellino.

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