Il gioco dell’Oca

Ascolta con webReader

Il Partito Democratico nacque ufficialmente con l’elezione diretta nelle primarie nazionali dell’ex sindaco di Roma, il primo cittadino amato e sponsorizzato dai salotti buoni. Ventiquattrore dopo l’acclamazione plebiscitaria Repubblica esultava, il Corriere parlava di rivoluzione bipartitica e il plauso durante la presentazione del progetto veltroniano a Torino si tramutò nella standing ovation di tutti i militanti dentro le sezioni. Classico esempio di luna di miele. Ma il matrimonio, si sa, responsabilizza i coniugi e trasforma l’io soggettivo nel “noi” comune.

Poche settimane dopo ci si rese conto di quale pasta fosse fatto il nuovo segretario. La diretta conseguenza politica di quel fittizio esercizio di democrazia (sarò banale, ma ritengo assai più significativa l’investitura d’un congresso, per non parlare del voto libero e sovrano tramite l’espressione della preferenza) fu il crollo consequenziale dell’Esecutivo guidato da Romano Prodi. Tutti, a sinistra, ufficialmente balbettarono di fronte all’implosione di un governo amico, per quanto nessuno – ad eccezione di Eugenio Scalfari – rivendicasse la paternità delle opere prodotte durante la legislatura. Ufficiosamente però, al di là delle dichiarazioni di rito, la linea dettata dal nuovo leader sembrava cinica e logica al punto giusto: Prodi ha fallito, ne prendiamo atto e lo ringraziamo pubblicamente per l’impegno, ma non possiamo perseverare nell’accanimento terapeutico sapendo che ciò comporta un calo di consensi esponenziale; meglio mischiare le carte e progettare nel lungo termine la strategia futura. In altre parole, l’operazione era finalizzata alla liberazione della sinistra moderata dai lacci del passato.

Puntualmente venne la crisi, Berlusconi andò al governo, l’ala comunista fu azzerata per scelta e il vecchio establishment di Botteghe Oscure si ritrovò nuovamente sugli scranni dell’opposizione, più iracondo e cannibale che mai. L’unica variante ipotetica di cui non era stato tenuto conto era l’inarrestabile processo di emorragia dei voti dettato dall’elettorato. Roma e la Sicilia testimoniarono rapidamente il disagio nei confronti del “più grande soggetto riformista”. Un disagio particolarmente pesante nella capitale, ove la sconfitta non poteva essere relegata a semplice specchio dei tempi. Roma era stata, infatti, il fulcro nevralgico e il fiore all’occhiello del culto chic dei veltroniani, rimanendo per tutta la Seconda Repubblica la terra proibita per la destra italiana.

La questione dei rifiuti di Napoli, l’improbabile alleanza con un saltimbanco come Di Pietro (anche questa voluta da Veltroni) e – per finire – lo scoppio bubbonico di un’irrisolta questione morale, modificarono la percezione pubblica dell’alternativa a sinistra. Dalla storia passiamo al romanzo: poche settimane dopo la creazione della modernissima Youdem (televisione ufficiale del Partito democratico), nasce nel bouquet Sky una nuova proposta televisiva, segnò dell’aria che tira, nel tentativo di riempire con contenuti il vuoto pneumatico delle idee. Il nome è focoso, Red. L’ispiratore non poteva che essere Massimo D’Alema.Ora, esiste un malcostume nella sinistra italiana assai evidente agli occhi di ogni analista di rispetto: l’idea di gigioneggiare con l’elettorato, di prendere in giro i militanti disponendo le tre carte sul tavolo della stanza dei bottoni. Veltroni ha fallito cinque elezioni su cinque. Le dimissioni sono un atto dovuto che gli italiani, abituati alle metafore calcistiche, ben comprendono. Se Mourinho, forte di un contratto di nove milioni di euro all’anno, dovesse portare l’Inter in serie B, ebbene allora Moratti avrebbe gioco facile nel cacciarlo a pedate. Walter ha (quasi) barattato un posto alla Vigilanza Rai per l’alleato giustizialista con un posto alla Corte Costituzionale per l’avvocato del premier ed è stato incapace di guidare il dialogo col centrodestra, sperando vanamente nell’effetto esterofilo obamiano. Troppo poco.

Evitiamo a questo punto gli inutili giri di valzer e abbandoniamo le ipocrisie. D’Alema ha in mente un soggetto socialdemocratico che, come scrive Christian Rocca sulle colonne del Foglio, si posizioni con i socialisti in Europa, con la Cgil in Italia e con Hamas in medio-oriente. E’ una proposta politica che non mi piace, ma è sul tavolo e va valutata per quello che è, senza falsi miti. Bersani tenta di intercettare il consenso industriale nel Nord Est e si propone come l’uomo nuovo, nonostante l’anagrafe e le perplessità circa le sue effettive capacità di leadership. Rutelli, con Marini, per parte sua progetta una corrente cattolica che non può definirsi tale perché nel Pd non sono ammesse divisioni scismatiche in barba alla nomea stessa del partito. Poi c’è il duo Finocchiaro-Soru, divisi nell’analisi della complessa situazione dell’Italia contemporanea, ma accomunati dall’aver perso in maniera eclatante le rispettive consultazioni regionali nelle isole. Si chiudono i giochi con i politici industriali (Chiamparino, assai benvisto da Montezemolo e Mercegaglia) e gli industriali politici (Riccardo Illy su tutti). A questo punto la strada obbligata, che mai i suddetti soggetti seguiranno, è una sola: organizzino delle consultazioni vere con tutti questi candidati, presentando progetti e proposte differenti. L’alternativa è la morte del Pd, magari con il sogno di un improvviso ricambio generazionale.

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Segnalo
  • Diggita
  • Wikio IT
  • FriendFeed
  • Twitter
  • Live
  • Buzz
  • oknotizie
Questa voce è stata pubblicata in Sinistra e taggata come , , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

One Response to Il gioco dell’Oca

  1. endriu dicono:

    sinceramente non mi ricordo se già in precedenza avessi espresso qui la mia pessima opinione sul pd. Devo dire che purtroppo sono stato in passato ottimo profeta su quella che poi si è rivelata essere una scelta azzardata. Devo però fare un appunto, posto che le opinioni di rocca mi sembrano quantomai ridicole, il fatto che si possa fare un elenco delle diverse personalità ed idee presenti all’interno di un partito per me dovrebbe essere un segnale positivo, invece di dover vedere un intero partito appiattito sulle idee di un’unica persona, come invece avviene da altre parti, senza avere alcuna presenza carismatica alternativa. Infine nel tuo intervento ripeti più volte il fatto che in Sicilia il pd abbia perso e con esso la Finocchiaro. Ma io mi chiedo: è normale che nella regione più disastrata del paese vinca, anzi stravinca da sempre la stessa coalizione?? Nella media chi governa bene viene premiato, altrimenti perde. Ecco da noi non capita, e per me questo è sintomatico del fatto che non sempre gli elettori sono consapevoli di ciò che fanno.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>