L’atteggiamento dei benpensanti nei confronti dell’affaire Williamson o, per meglio dire, la condotta di disgusto laico tenuta dal fior fiore della stampa nazionale, in merito a presunte responsabilità da imputare a Papa Ratzinger per le dichiarazioni antistoriche e antisemite del vescovo lefebvriano, è esilarante come un buon libro di Groucho Marx; o almeno dovrebbe oggettivamente far sorridere i lettori dotati di sense of humour, se una sconsolante amarezza non prendesse il sopravvento sull’ironia dei refusi logici dettati dalla faziosità.
Prima di discutere su quanto è accaduto, bisogna mettere ordine in merito alle due questioni di fondo che si sono misticamente e maliziosamente intrecciate: un conto è la revoca della scomunica nei confronti dei padri lefebvriani; altro discorso è quello storico che concerne l’esistenza delle camere a gas. Partiamo dal primo punto citato. Cos’è la scomunica? Tecnicamente, per chi crede, è un atto estremamente grave e oneroso con cui Santa Romana Chiesa si riserva, alla luce delle gravi infrazioni alla morale e alla dottrina, la facoltà di espellere un individuo o un’intera comunità eretica dalle proprie fila. Un provvedimento pesante, per usare un eufemismo sportivo un cartellino rosso che, nella concezione spirituale dei fedeli, potrebbe comportare perfino la dannazione eterna. E l’Eternità, da che mondo è mondo, è piuttosto lunga nell’immaginario collettivo.
Ma per un laico, per chi giudica l’atto in sé indipendentemente dall’effetto domino nei secoli dei secoli, cos’è la scomunica? Ha risposto indirettamente a questo quesito il direttore del Riformista, Antonio Polito, che in un editoriale ha definito l’atto come l’antitesi dei valori liberali in uno Stato di diritto, l’equivalente della persecuzione giudiziaria per un reato d’opinione. Giuste o sbagliate che siano le valutazioni di fondo, come giusti o sbagliati possono essere i processi imbastiti dalla magistratura. Chiedere pertanto l’allontanamento di un’intera comunità per le posizioni raccapriccianti espresse da uno o più membri della stessa, appare – come dire? – laicamente un po’ troppo radicale perfino per questa martoriata Repubblica.
Tali valutazioni oggettive non possono ridurre la portata delle autentiche bestemmie pronunciate e rivendicate candidamente da Williamson. Tesi che non possono essere accolte con indulgenza. Scrive Pierluigi Battista:
«il negazionismo sulla Shoah non è un’opinione personale, la carta d’identità di una congrega minoritaria di lunatici che giocano con la frequentazione provocatoria del Male. Non è neanche più, a differenza dei decenni scorsi, una fandonia che rivendica il rango di controstoria, un vaniloquio travestito da disputa storiografica che ambisce alla riscrittura del passato. Il negazionismo è oramai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette violentemente in discussione il diritto alla sopravvivenza degli ebrei di oggi».
Sono parole che devono indurre alla riflessione noi tutti. Oggi, infatti, il protagonista di questo barbaro gioco dell’oblio è un cardinale lefebvriano di cui tutti noi, fino a ieri, tranquillamente ignoravamo l’esistenza; domani le boutade potrebbero essere più sottili, perfezionate dalla ruggine del tempo e dal pregiudizio filopalestinese delle pie coscienze della stampa italiana. Ma perché parlare di scenari ipotetici e futuri? Già oggi, in Germania, esiste uno storico che ha contestato in più opere la veridicità dell’Olocausto: si chiama David Irving, è stato condannato svariate volte, ma ciò non ha reso le sue opere meno popolari in terra tedesca. Tuttavia si pone un problema logico: può lo Stato impedire agli storici di ricostruire serenamente gli eventi, pena la passibilità di reato? Deve esistere un crimine di valutazione intellettuale? In Germania hanno risposto di sì, noi – giustamente – tergiversiamo per ragioni pratiche. Introdurre il Legislatore nelle aule scolastiche e universitarie equivarrebbe ad una mossa autoritaria volta ad arenare il dibattito intellettuale ed a minare la libertà di critica. Dopo lo Stato imprenditore avremmo lo Stato maestro. Prendere simili provvedimenti oggi, in preda all’isterica passione del momento, potrebbe anche apparire sensato nel breve termine, ma è un insulto a quello stesso sistema di libertà che è stato costruito dopo la fine del Secondo conflitto bellico mondiale. Ecco perché sono rimasto allibito di fronte alla facilità di giudizio dei Soloni della cultura atea: è bastato richiedere una scomunica per ignorare il ginepraio di questioni attorno a cui si sviluppa il problema. Contenti loro…





















