Indifesi e soppressi, trascurati da Obama

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A pochi giorni dall’insediamento, il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato un ordine esecutivo che cancella il divieto di finanziare con fondi federali le associazioni e i gruppi internazionali che promuovono l’aborto all’estero. In piena tradizione con la linea democratica, il quarantaquattresimo erede di George Washington ha tecnicamente riproposto le scelte dell’amministrazione Clinton, contravvenendo alla prassi politica che i repubblicani hanno adottato in materia dall’epoca di Reagan. Una mossa audace per rappresentare in maniera radicale la discontinuità rispetto al precedente inquilino della Stanza Ovale, un favore alle lobby del Pd ed un messaggio alla base per placare gli animi e ricordare che dal 2009 tutto sarà possibile.

Nel giorno del trentaseiesimo anniversario della sentenza Roe vs Wade che ha legalizzato la pratica abortiva oltreoceano, l’ex senatore dell’Illinois ha fatto appello in un comunicato alle diverse coscienze che conducono battaglie politiche in tema di interruzione di gravidanza, evidenziando la necessità di trovare un punto di incontro, nel rispetto della libera scelta delle donne. Parole che agli esponenti pro-life sono apparse provocatorie per l’implicita presa di posizione e che hanno suscitato una secca reprimenda del Vaticano. La Marcia per la Vita, celebrata dopo l’insediamento, ha visto aderire circa 250mila attivisti e gli analisti dell’establishment dell’Asinello non hanno potuto ignorare un segnale di disagio nei confronti di un presidente che durante tutta la campagna elettorale ha lottato in lungo e in largo contro la faziosità di chi lo rappresentava estremista, salvo poi rivendicare le originarie posizioni ideologiche del partito di riferimento una volta raggiunta la stanza dei bottoni.

Una cosa è certa: in questi temi la scure non serve. Obama aveva promesso il guanto di velluto e la sua condotta politica lo smentisce manifestamente. Emblematica è una riflessione riportata dall’agenzia Reuters: «A scuola abbiamo studiato la storia della conquista dei diritti civili per i più deboli e le minoran¬ze – spiega la diciottenne Kathleen Carlson durante la Marcia – ma c’è ancora un capitolo di quella storia che va scritto e spero che Obama se ne renda conto». Il riferimento implicito è all’equiparazione delle minoranze posta in atto durante la manifestazione: se alla Casa Bianca siede un uomo di colore che soltanto settant’anni fa sarebbe stato trattato con sospetto da una fetta nutrita della società civile, ebbene allora forse sono maturi i tempi per prendere coscienza dell’annoso problema dei feti mai nati, di quelle voci spezzate nel ventre materno, minoranza tra le minoranze indifese, bimbi assopiti prima di venire al mondo giacché al momento della soppressione non hanno avuto neanche l’opportunità di esprimersi, di manifestare dissenso. E’ una battaglia che qualcuno definirà medievale, dai toni cruenti ed insensata nella sua ultima ragione più profonda. Sfidando il borghesissimo senso di distacco dalla morale pubblica che mira a distruggere il tessuto civile della Tradizione, io ritengo sia una lotta sacrosanta per il rovescio della piramide valoriale, il tentativo, forse folle ma d’una follia sublime, di ristabilire un limite all’azione e alla presunzione dell’uomo. I sostenitori della Vita come valore assoluto da tutelare fin dal concepimento non si arrendono e promettono di andare avanti per la loro strada. Nessuno spera nella magnanimità del Partito Democratico al momento della nomina dei nuovi giudici della Corte Suprema, tuttavia i leaders del movimento pongono l’accento sulle misure più urgenti per la salvaguardia dei diritti dei feti: non si trovano ostacoli particolari alla formulazione di programmi che aiutino le giovani mamme a continuare gli studi e, parimenti, non appare insensata l’ipotesi di destinare fondi per l’assistenza medica e psicologica prima e dopo la nascita di un bambino alle donne delle fasce meno abbienti. E’ il minimo per una nazione che si proclama faro di civiltà e assurge con dovizia al ruolo guida nel sistema internazionale.

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