All’interno di un partito la pluralità di posizioni su diverse tematiche è naturalmente fonte di ricchezza intellettuale, giacché il dibattito interno serve a determinare il consenso della “base” su una linea di pensiero. Il dialogo, scevro dai pregiudizi di rito ed alienato dalle bagarre correntizie, giova alla democrazia diretta. La condizione imprescindibile è però che esso non degeneri in impasse: si deve cioè impedire che sorga quel meccanismo di stagnazione omologante in grado di impedire al movimento stesso la declinazione coerente di una prassi politica. Il Partito Democratico e quello delle Libertà non sono riusciti a risolvere il problema di fondo, a rendersi immuni da due vizi. Essi, infatti, sembrano oggi combattuti tra una forma mentis anarchica, in cui ogni esponente dichiara la propria posizione disinteressandosi del quadro di cui fa parte (retaggio della Prima Repubblica), ed una tendenza autoritaria, la cui natura porta ad una deriva leaderistica che ha già privato gli elettori italiani della possibilità di esprimere serenamente la propria preferenza.
Abbiamo già rammentato su queste colonne qualche giorno fa quanto importante fosse la presa di posizione di Fassino in merito alla guerra di Gaza, aspettando le reazioni a catena che lo scoppio del bubbone avrebbe generato nel Pd. Il titolare “ombra” della Farnesina ha espresso parole di buon senso, sintetizzabili in un’equazione quasi matematica: se Israele non può avere tutte le ragioni, è altresì innegabile che allo Stato ebraico non possano essere imputate tutte le colpe. La tregua l’ha rotta Hamas, un’organizzazione terroristica sicuramente rappresentativa di una fetta importante dell’elettorato palestinese, ma tuttavia incapace di accettare il candido diritto all’esistenza dell’unico Stato nato per espressa volontà delle Nazioni Unite (si legga in merito la risoluzione 181 del 1947).
Ebbene, il cinque gennaio l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema, alfiere di un sarkoarabismo all’italiana, è voluto tornare, in un’intervista rilasciata nello studio di Matrix, sulle questioni all’ordine del giorno nell’agenda internazionale e ha tenuto a intonare un vecchio leitmotiv già consolidato durante la presidenza Prodi: la sproporzione, tutta presunta, tra l’offesa recata da Hamas e la reazione intollerabile del governo di Gerusalemme. Per la verità le parole di D’Alema non appaiono a tratti così distanti dalla realtà e, per taluni versi, sono perfino condivisibili, contenendo realtà fattuali che è impossibile ignorare. L’ex presidente della Quercia ha manifestato imbarazzo di fronte all’idea di sbugiardare il processo democratico palestinese, voluto dagli americani, solo perché gli elettori hanno premiato gruppi di potere non molto graditi in Occidente. E’ semplicemente oggettivo che una simile misura sarebbe in controtendenza rispetto al corso politico che la Casa Bianca e le principali fondazioni statunitensi hanno sponsorizzato. Curioso, casomai, è che l’appello alla prudenza conservatrice venga da chi, nel nostro paese, criticando Bush ha chiesto la svolta e il cambiamento in ogni ramo della vita pubblica della comunità internazionale, ottenendo così a buon gioco la credibilità del pacifista con buona pace del Kosovo e della storia recente delle nostre missioni internazionali. Il punto della discordia, su cui non può cadere il silenzio, è l’uso spregiudicato del termine “sproporzionato” che accompagna le valutazioni militari meramente tecniche. Sotto questo aspetto il ragionamento di D’Alema fa acqua da tutte le parti. Come evidenziato da André Glucksmann, quanti ragionano nei termini esposti dall’ex presidente dei Ds dovrebbero spiegare «quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell’opinione pubblica». In un editoriale apparso sul Corriere della Sera lo stesso intellettuale si chiede se «l’esercito israeliano dovrebbe forse rinunciare alla sua supremazia tecnologica e limitarsi a impugnare le medesime armi di Hamas, vale a dire la guerra approssimativa dei razzi Grad, la guerra dei sassi, oppure a scelta la strategia degli attentatori suicidi, delle bombe umane che prendono di mira volutamente la popolazione civile» per poter vivere un conflitto “equilibrato”. Anche volendo considerare tutte le variabili politiche del caso, il senso dell’interpretazione sinistra di D’Alema non cambia. Hamas è infatti un partito che ha ottenuto consensi in un processo elettorale rappresentativo, ma ha letteralmente disintegrato la possibilità di ergersi a interlocutore democratico nel momento in cui ha consolidato il suo dominio in quella striscia di terra a suon di attentati e di missili, massacrando gli stessi musulmani fedeli al presidente Abu Mazen. Questa è la storia di Hamas. Di più: non si capisce perché lo scopo di Israele dovrebbe essere quello di reagire ad un’offensiva degli ambienti integralisti e non già, a questo punto, neutralizzare gli stessi nemici della libera convivenza di due etnie. Sono obiezioni sostanziali che a livello teorico non possono essere eluse in un ragionamento, sempre però partendo dal presupposto che il “controllo” invocato da D’Alema, nei fatti, lo Stato ebraico lo pone in atto già adesso. Davvero si crede che senza la definizione di obiettivi mirati, raggiungibili tramite lanci di precisione, le vittime di questo conflitto sarebbero state, dati della Croce rossa alla mano, soltanto 500 con 2300 feriti? E’ questa l’idea di “soluzione finale” che qualche ignorante paventa equiparando la Stella di David alla croce uncinata? Si è seri quando si suppone che l’esercito israeliano abbia seminato violenza a oltranza, disponendo in queste ore di tutto l’arsenale possibile?














