Sky è la fine di un progetto

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Silvio Berlusconi ha ormai quattordici anni di esperienza politica alle spalle, un curriculum vitae di tutto rispetto e un’esperienza istituzionale di gran lunga superiore a quella dei principali antagonisti dello schieramento avversario. Per un selfmademan, un imprenditore prestato alla politica che denuncia i sepolcri imbiancati che hanno fatto della militanza la loro unica ragion d’essere, non è poco.

Qualche giorno fa la creatura politica del Cavaliere è stata soppressa in via arbitraria, senza congressi né dibattiti interni: per carità è giusto così, Forza Italia è sempre stata la proiezione politica della poliedrica personalità di Berlusconi. Sennonché lo stesso capo del Governo ha tenuto a precisare che, in barba ai cambiamenti globali e ai mutati scenari internazionali, lo spirito che determinerà il codice genetico del nuovo Popolo delle Libertà, soggetto in cui Forza Italia andrà a confluire, sarà identico a quello originario della macchina di Via dell’Umiltà.

Non male. In qualsiasi altro paese d’Europa la “stampa amica”, a maggior ragione se conservatrice, si sarebbe interrogata parecchio sul senso d’una vocazione unitaria di mera apparenza, sulla necessità di abbandonare le strutture tradizionali per dare una verniciata alle pareti di casa. Qui da noi no: soggetti sorti con lo scopo di difendere culture politiche estranee alla tradizione europea vengono accolti come unica risorsa, e pazienza se defraudano l’elettore della preferenza e della possibilità di avere una sana alternanza: sono i costi della governabilità.

Potrei concludere così questa breve riflessione, con un pizzico di malinconica rassegnazione. Eppure ho voluto mettere alla prova le parole stesse del Cavaliere facendo un rapido excursus nella mia memoria per andare a vedere se effettivamente le istanze proprie del partito di plastica vengono oggi ugualmente recepite dal nuovo soggetto di centrodestra.

Il premier è sceso in politica nel 1994 seguendo tre linee guida, tre leitmotiv essenziali su cui costruire la sua leadership: maggioritario per dare più potere agli elettori; liberalismo e liberismo in ambito economico come ricette per incrementare la competitività nazionale; abbattimento della pressione fiscale, con semplificazione generale del sistema contributivo a due sole aliquote, quella del 23% per i redditi inferiori a centomila euro e quella del 33% per i redditi al di là della soglia enunciata. Oggi è possibile trarre un bilancio, dopo quasi sette anni di governo Berlusconi, intervallati da due tragiche parentesi prodiane: ci ritroviamo con una legge proporzionale dallo sbarramento alto, che impone ai cittadini di votare a scatola chiusa una lista di nomi preconfezionata dal segretario nazionale. E’ un deficit di democrazia inquietante che ha alimentato ulteriormente la macchina del dissenso populista di Di Pietro e degli imbonitori alla Beppe Grillo. In ambito economico Tremonti, a torto o a ragione sarà il tempo a dimostrarlo, ha decisamente spostato a sinistra il baricentro della politica finanziaria dell’Esecutivo, riscoprendo Keynes e vantando la piena coscienza dell’opera principale di Karl Marx, il Capitale, non certo un baluardo della filosofia occidentale. La lotta ai lacciuoli della burocrazia ha perso magicamente la sua attrattiva, se si esclude la solitaria battaglia di Brunetta contro i fannulloni del pubblico impiego, anche qui colorata forse di sfumature un po’ troppo ridondanti. Infine, in queste ore, scopriamo che anche la guerra epocale per eccellenza, la madre di tutte le battaglie, il meno tasse per tutti, può subire delle modifiche, dei ritocchi, delle revisioni, delle deroghe che snaturano l’essenza stessa della centralità del tema e indirettamente la leadership del Cavaliere. Oggi, infatti, veniamo a conoscenza dell’impellente necessità dell’apparato centrale di raddoppiare l’Iva per le emittenti a pagamento, ree di aver beneficiato di agevolazioni durante gli anni di Bengodi del centro-sinistra. Una misura che colpisce i consumatori, quindi le famiglie con buona pace di Sky, un’azienda che opera – in straordinaria solitudine – sul fronte delle tecnologie avanzate, dimostrando quotidianamente di essere un avamposto dell’avanguardia nel produrre sviluppo, occupazione e informazione senza sussidi statali. Sky deve pagare la crisi in misura maggiore rispetto agli altri, anche se non si capisce bene il perché. Pessime sono le motivazioni addotte dal premier: «la sinistra aveva dato un privilegio alle televisioni con gli abbonamenti, la sinistra aveva buoni rapporti con Sky. Noi abbiamo tolto un privilegio e portato il livello dell’Iva uguale per tutti e in questo modo abbiamo penalizzato anche Mediaset che sta facendo partire una tv con gli abbonamenti». Con una semplice frase ha dimostrato in primis che l’esistenza del conflitto d’interessi non è un famigerato mito utopistico dell’opposizione, non è un tema da togliere dall’agenda, perché a questo punto è anormale una società in cui il presidente del Consiglio delibera le regole del gioco sui concorrenti reali e potenziali; in secondo luogo, la premessa è fastidiosa, giacché se un’eventuale vicinanza della sinistra a Sky pesa sulle scelte dell’Esecutivo (forse si è espresso male, aspetto la smentita), vuol dire che questo governo non agisce per gli interessi nazionali ma per quelli dei suoi fiduciari, dei suoi massimi azionisti. Mi rendo conto della pesantezza delle parole scelte e non ignoro la mappatura dei poteri forti tradizionalmente vicini al fronte progressista. Qui, tuttavia, bisogna prendere atto del fallimento di un progetto e da berlusconiano dico che Berlusconi non è più il Cavaliere del ‘94.

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  1. condivido il tuo post parola per parola.

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