Analisi di un partito contenitore

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Il problema del Partito Democratico è piuttosto semplice: si chiama «ipocrisia», termine che traccia una netta linea di confine fra i doveri del politicamente corretto e il pieno compimento di una seria e matura riflessione sulla leadership politica veltroniana. E’ forse un riflesso che deriva da Botteghe Oscure, giacché le lotte correntizie in ambito democristiano sono quasi sempre avvenute in maniera più o meno cristallina sotto la luce del sole. Nel Pci no, c’era una linea precisa da seguire, dettami ideologici da ossequiare, una liturgia del potere interno e chi si ribellava, quando non veniva espulso, si trova impropriamente confinato in una frangia minoritaria. A volte erano i movimenti giovanili, che tentavano di svecchiare il mito progressista del sol dell’avvenire, altre volte erano i saggi anziani, abili nel paventare un eccesso di furore ideologico nella generazione degli anni di piombo. Indipendentemente dalle circostanze, si procedeva comunque per scomuniche.

Il Pd segue un altro spartito, ospitando al suo interno posizioni così variegate da rendere incognita l’essenza stessa del movimento, cioè i valori di fondo che – almeno teoricamente – dovrebbero creare una coscienza identitaria negli elettori militanti. Dal vecchio partito operaio si è compiuto un passaggio politologico al partito contenitore, il cui scopo non è delineare un disegno di classe o una visione della società, quanto piuttosto porsi come termine d’intermediazione fra le diverse coscienze nell’era della globalizzazione. Si rischia così la paralisi interna per un deficit di massa critica nel momento in cui la mediazione diventa incapacità di decidere e assume i contorni del paludismo centralistico. L’errore è forse a monte, cioè nella cieca volontà di attuare modelli bipartitici europei del tutto estranei al contesto italiano, sostanzialmente proporzionalista e non maggioritario.

In questo gioco delle parti nessuno, fino ad oggi, ha avuto la sobrietà di alzarsi e dire che il re è nudo, che la sconfitta alle comunali di Roma è l’emblema della crisi stessa di una concezione della politica basata sull’apparenza, sui salotti bene e sulle conferenze stampa chic. Nessuno ha avuto il coraggio di sostenere che la sconfitta alle nazionali non può essere semplicemente il frutto di una cattiva percezione dell’operato di Prodi, che le primarie non forniscono un’aura mistica tale da consentire al vincitore di interpretare profeticamente il futuro. Nessuno ha strabuzzato gli occhi di fronte alla pervicace resistenza nel mantenere una linea di dialogo con l’Italia dei Valori, un partito che fino a qualche giorno fa risultava carente nell’ambito dell’alfabeto democratico riformista. Nessuno si è stupito di vedere i parlamentari italiani in piazza a festeggiare per Obama. Nessuno ha posto in risalto l’anomalia di avere un partito che tenta di abbandonare il lessico politico tradizionale della sinistra, invocando ripetutamente la meritocrazia, salvo poi insistere sulla nomina alla Commissione Vigilanza di un uomo che non appartiene al proprio schieramento e che non vanta, neanche lontanamente, competenze specifiche. Se questo è riformismo…

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