Sappiamo “cos’è” Obama, non “chi è”…

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Negli Stati Uniti, due settimane dopo il pronunciamento della nazione tramite verdetto elettorale, si riflette ancora sulle lezioni da trarre dal voto popolare. Capita così di imbattersi in un’analisi politologica di John Podhoretz, assai valida e completa sotto ogni punto di vista. Innanzitutto perché non vengono attenuate le responsabilità di McCain di fronte alla destra americana. Sembra un’ovvietà, ma il bon ton politico nei confronti di un leader che – giocoforza – dovrà abbandonare la scena principale, ha conculcato la capacità critica di parecchie coscienze repubblicane. Da più parti si è concentrata l’attenzione sulla viltà imbonitrice di Obama, sulla sua astuzia nel tessere una tela di relazioni coi poteri forti senza mai abbandonare la vocazione populistica dei suoi spot futuristici, sulla sua strisciante ambiguità in merito ai temi etici. In realtà folle sarebbe stato il contrario, giacché il “nemico”, da che mondo è mondo, non collabora mai per la realizzazione dei tuoi piani.

Podhoretz, invece, evidenzia il dato statisticamente più rilevante: quella del Gop, a prescindere dalle caratteristiche del nuovo inquilino della Casa Bianca, non è una sconfitta qualsiasi, ma un vero e proprio tracollo, un ripudio proveniente dalla base. A suffragio della sua tesi porta due dati emblematici: in primis la diminuzione sostanziale del cosiddetto “partito di identificazione”, quel movimento che a pelle abbraccia i valori repubblicani e conseguentemente le scelte del partito; in secondo luogo la perdita dell’Indiana, roccaforte della destra d’oltreoceano da più di dieci tornate elettorali.

E’ tuttavia ovvio che, per riflettere serenamente sui futuri scenari di Washington, l’attenzione debba necessariamente essere posta sulla sintesi politica del messaggio di Obama, colui che avrà il compito di governare. Messaggio che si può ridurre pragmaticamente ad un termine: cambiamento. Cambiamento presentato, ma non descritto, intuito, ma mai approfondito di fronte alle grandi masse. Obama ha costruito la sua carriera politica partendo da lontano, optando per un’aperta ostilità al conflitto iracheno nel momento in cui i principali rivali interni sostenevano pubblicamente la necessità di un regime change in Iraq. Su questa linea di conflitto ha trovato lo spazio necessario per muovere i primi passi nel contesto nazionale, dando adito all’ala più liberal della sinistra statunitense, facendo sfogare la base e istituzionalizzando la protesta. Si è creata una situazione singolare che non è sfuggita a Podhoretz. Almeno a livello teorico il cambiamento è stato radicale e non ha premiato la moderazione (così come auspicato dagli spin doctors): se è vero che la leadership del partito repubblicano del Congresso era più a destra rispetto alla nazione nel suo complesso, parimenti oggi l’establishment democratico è notevolmente più a sinistra rispetto alle istanze provenienti dal paese e a quelle registrate dalla grande stampa. Ciò detto, a mio giudizio, resta solo una considerazione da fare e qui cedo alla capacità di sintesi dell’opinionista di Commentary.

«We know what Barack Obama is. He is a pathbreaking political figure, a human watershed, an orator of surpassing skill, a politician of genius. We do not know who he is. We will find out only when he becomes President. If he aims to be a leader guiding a realignment that will restore the Democratic party to a position of political and ideological dominance, he will have to take the measure of a country that has lost confidence in his rivals but has not yet shown its fealty to his fellow partisans».

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