novembre 14, 2008

Toghe rosso sangue

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Lo so, quando si parla di eutanasia occorrerebbe la massima diplomazia possibile, l’uso del galateo politico e del bon ton necessari per il rispetto delle decisioni e delle sofferenze dei terzi. Ma io non ce la faccio, mi spiace, non riesco a essere felpato in un contesto così deprimente, di fronte all’annientamento del potere legislativo per sentenza. Quanti, tra i lettori, sono intolleranti alle obiezioni di merito possono benissimo fermarsi qui ed interrompere il prosieguo della lettura. Non gliene farò una colpa.

La decisione presa dalle sezioni unite della Cassazione è stata letteralmente un pugno nello stomaco alla coscienza civile di questo paese, al sistema dei pesi e contrappesi instaurato con l’avvento della Costituzione del ‘48, la dimostrazione assai evidente dell’espropriazione del potere legislativo da parte della magistratura.

Nel nostro ordinamento costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di un terzo, seppure con il di lui consenso. L’ipotesi dell’eutanasia risulta vietata. E’ concesso, per inverso, che i fattori causali presenti nell’organismo sviluppino i loro effetti. In altri termini: se il paziente in prima persona, dotato di capacità legale e naturale di agire, rifiuta consapevolmente interventi terapeutici che ne ritarderebbero la morte, l’omessa azione curativa è legittima.

Il caso Englaro non presenta uno solo dei suddetti requisiti. La testimonianza del padre, cui va il conforto umano indispensabile ma non il sostegno politico, è una ricostruzione di un soggetto terzo che, al di là del valore affettivo, non può essere giuridicamente equiparata alla scelta della persona direttamente coinvolta. Ammessa e non concessa l’ipotesi della veridicità della volontà di Eluana e ipotizzando per finzione che la stessa abbia espresso le sue ferme decisioni in un presunto testamento biologico, bisogna in primis rammentare che lo stato vegetativo è scientificamente persistente e non irreversibile, una linea di confine lungo la quale vengono decise intere esistenze e che viene sistematicamente ignorata dai media; in secondo luogo non vi è – nel caso particolare – “l’intervento terapeutico” previsto dalla legge, bensì un trattamento esistenziale basato su nutrimento ed idratazione. Si deve essere chiari: quei becchini in toga, come li chiamava Oriana Fallaci, levando il sondino stanno decretando la pena di morte per stenti. In un paese in cui l’ingerenza della Chiesa viene, a sproposito, evidenziata con insistenza, non una sola voce si è levata contro l’arbitrio di alcuni giudici che hanno deciso – secondo le loro personali riflessioni morali – di applicare i propri criteri etici alla legislazione italiana, in assenza di un testo normativo. Occorrerebbe riflettere sull’arroganza del potere giudiziario e non scimmiottarne una difesa ad oltranza, priva di validità.

Io, che ho sempre arginato la polemica politica a confronto d’idee, sono personalmente giunto alla conclusione che se mai la mia vita dovesse dipendere da un macchinario (Dio ce ne scampi!), preferirei che quello fosse controllato da un bigotto clericale, anziché da un liberal virtuoso e pieno d’umana pietà. Della pietà che dispensa morte non so davvero che farmene.

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