Non serve una pop star

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John McCain è parecchio apprezzato per la capacità felina di cadere sempre in piedi. La storia personale dell’ex leader dei repubblicani incarna per i conservatori europei il mito del sogno americano, l’idea di essere nati per servire la patria sia nei momenti felici, sia in quelli particolarmente difficili, con la stessa tempra e il medesimo vigore. Il senatore dell’Arizona è un eroe nel senso letterale del termine e merita tutto il rispetto che questa carica onorifica gli conferisce. Quando, però, un eroe decide di far politica, sceglie con coscienza di avventurarsi in un terreno pieno di insidie, ove la prima fondamentale regola è mettere in discussione quotidianamente la propria persona e le proprie convinzioni. Se poi quello stesso eroe compie la folle impresa di correre per la Casa Bianca, vincendo le primarie interne e sbaragliando avversari di un certo peso, sa già in partenza che i suoi atteggiamenti durante la battaglia elettorale verranno sezionati nei minimi dettagli da analisti e semplici elettori.

Ecco perché la difesa d’ufficio posta in atto da Newt Gingrich mi sembra eccessivamente accomodante. L’ex speaker della Camera ha sostanzialmente glissato sulle eventuali responsabilità della leadership, lasciando intuire che questa elezione fosse persa in partenza:

«It is pretty hard to say our losses were because of John McCain’s campaign. McCain performed way above plausibility compared to where the Republican president was in the polls. We have to look honestly at what went wrong».

In realtà, al di là degli errori di comunicazione già evidenziati in altra sede (errori gravi che non debbono essere sottovalutati), guardando l’andamento elettorale si scopre che Barack Obama ha sì conquistato un consenso di gran lunga superiore rispetto a quello dei suoi predecessori, grazie anche a un nuovo spirito comunicativo, ma che l’astensione della base repubblicana – quando essa non si è tradotta con un esplicito abbandono della vecchia dimora – ha contribuito notevolmente alla débâcle .

Come rivelato stamane sulle colonne del Wall Street Journal da Karl Rove, per ironia della sorte la discesa in campo di un ex militare del Vietnam è coincisa con l’astensione di una parte sostanziale di veterani, evidentemente poco inclini a votare secondo una logica di appartenenza. Altra chiave di volta è stato il deficit di consensi nella cosiddetta Moral Majority, quell’armata religiosa che quattro anni fa aveva regalato la presidenza degli Stati Uniti a Bush su un piatto d’argento. Il crollo è stato strutturale, nonostante la comparsa della Palin, che ha sicuramente arginato l’emorragia dei voti evangelici.

Se è vero, com’è vero, che la miglior cosa che il Partito Repubblicano possa fare in questo momento è smettere di preoccuparsi del Partito Repubblicano pensando alle esigenze e ai bisogni primari della nazione, è altresì innegabile che la sconfitta elettorale porti, nel lungo termine, ad alcune conclusioni. Conclusioni che si traducano, logicamente, nell’adozione di una nuova linea politica, nel trionfo di un’idea che non si esaurisca meramente nell’apparizione di un candidato pop, in grado di coprire col suo appeal il gap della destra statunitense. Altrimenti avremo un Obama rosso, privo d’esperienza e simile a una rock star.

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