Il 24 settembre, guardando le varie rilevazioni statistiche riportate dagli istituti demoscopici americani, avevo espresso il mio scetticismo su una possibile rimonta di McCain. Non appena l’effetto Palin si è affievolito, anche la candidatura del vecchio Maverick ha perso smalto: la base si è sentita trascurata da un grande eroe distante mille miglia; un dato evidente è la timidezza del fronte evangelico, diventato una mistica presenza a fronte del ruolo da protagonista conquistato quattro anni fa nella seconda affermazione di Bush. Come ogni osservatore di buonsenso, pertanto, sapevo che Barack Hussein Obama sarebbe diventato il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.
Anziché saltare sul carro dei vincitori, cercando d’intercettare un consenso pleonastico proveniente da Washington, ho eliminato le sortite esterofile dalle riflessioni politiche, concentrando la mia attenzione sulla nuova leadership mondiale ed esponendo i dubbi sulle istanze di cui essa è diventata, nel corso della campagna, unica portatrice.
In primo luogo ho cercato di soffermarmi sulla crisi finanziaria, che ha monopolizzato i dibattiti pre-elettorali: le soluzioni proposte dall’establishment dell’Asinello segnano, conti alla mano, una notevole ascesa della spesa pubblica. Se a ciò aggiungiamo le riflessioni di Festa – ampiamente condivisibili – sull’origine dell’attuale fase depressiva, cioè sulle strategie attuate nel New Deal e recentemente degenerate nella crisi dei subprime, i miei timori non appaiono privi di fondamento. Il secondo nodo irrisolto concerne la politica estera. Obama cercherà una maggiore cooperazione europea negli scenari delicati, rispettando l’equilibrio multilaterale più volte invocato dal Vecchio Continente. Ma come reagirà l’Unione? I nostri governi riusciranno a far fronte alle responsabilità elevate di un mutato contesto globale? Qual è il numero di Mr. Europa in caso di una crisi divampante? Sono domande irrisolte che non riguardano Obama in prima persona, ma che devono essere poste in virtù dell’affermazione del senatore dell’Illinois. Sulla strategia irachena mantengo le mie riserve, perché credo che il nuovo presidente non disimpegnerà le truppe come un Zapatero qualsiasi. Venendo a contatto con la realtà militare, con l’effettiva coscienza dello stato della situazione, ritengo improbabile un improvviso ritiro: sarebbe una strategia suicida, dettata da ragioni ideologiche, che ridurrebbe Baghdad alla mercé delle frange fondamentaliste. Infine, last but not least, le politiche sulla Vita. Barack Obama ha votato contro il soccorso medico per i nati vivi prematuri e ha detto che non vuole vedere alcuna ragazza “punita” con un bambino in caso di disattenzione sessuale. Sono frasi che verranno valutate positivamente dai pro-choice, ma sulle pagine di questo blog lo scetticismo e le perplessità imperano di fronte a simili esternazioni. Bisognerà pertanto guardare con interesse allo scenario d’oltreoceano per capire come la nuova Casa Bianca reagirà alle sfide dell’agenda.
Una postilla su John McCain va fatta. Il senatore dell’Arizona si è comportato in maniera signorile subito dopo la proclamazione di Obama, ammettendo la sconfitta e dichiarandosi pronto a servire nuovamente il suo paese, nell’arco delle limitate responsabilità che gli sono state conferite. Un aplomb istituzionale degno di nota. Tuttavia lo stesso McCain porta parte rilevante delle responsabilità d’una sconfitta emblematica. Maverick ha proclamato la stabilità della finanza americana poche ore prima del crollo della Lehman Brothers, non ha saputo promuovere una visione economica strategica d’insieme e ha commesso magre figure di fronte al grande pubblico dei media (come la sortita al Letterman Show). Conoscevamo il personaggio, il suo amore per il rischio, la sua ovvia passione per le imprese impossibili. Lo abbiamo apprezzato e sostenuto pubblicamente. Colorare il fallimento sarebbe però un’operazione inutile e stucchevole.













