Forse sono io ad essere bigotto. Forse non intuisco a pelle lo spirito del tempo. Forse sono un reazionario incallito, ossessivamente legato alla logica kantiana del rispetto della natura umana. Quella stessa logica che impone a ciascuno di noi l’obbligo morale di considerare l’uomo come fine e mai come mezzo. Fine: cioè obiettivo ultimo, soggetto da tutelare, da custodire, da preservare.
In questo scorcio finale dell’anno 2008 mi tocca assistere ad un revival di selezione eugenetica, una sparata pubblica degna del Terzo Reich, caduta nel silenzio aberrante della grande stampa, troppo intenta a soffermarsi sulla depressione economica di Wall Street per affrontare temi secondari come la dignità della vita.
«I feti, i neonati, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente costituiscono esempi di non-persone umane».
E’ una frase terribile, di una brutalità inaudita, una bomba ad orologeria che presuppone l’onnipotenza dell’uomo sui suoi simili. E’ una frase che va oltre l’eutanasia, oltre le battaglie a tutela della presunta libertà d’arbitrio, oltre l’autodeterminazione, per sfociare nell’inquietante operazione di selezione della razza. A pronunciarla è stata Gianfranco Vazzoler, pediatra pentito divenuto bioeticista, mestiere che evidentemente implica l’assunzione di qualità divine, giacché si discetta allegramente su cosa sia la persona umana e, soprattutto, su cosa essa non sia. Perché perdere tempo affrontando una disputa filosofica sull’essenza stessa del genere umano, sul senso della presenza di ciascuno di noi su questa terra, diversamente abili compresi? Meglio ossequiare la logica abortista e modernista, meglio arbitrariamente schierarsi dalla parte dei sani, dei clinicamente puri, arrogandosi il diritto di giudicare come non-persone i soggetti deboli, maggiormente bisognosi di sostegno. E’ un film già visto, un copione indecente che ritenevamo (a torto) superato con il crollo del nazionalsocialismo e la scoperta dei gulag bolscevichi. Invece siamo qui, a discutere su una razza ariana di persone in salute e una razza “ebrea” di ritardati, di feti, di handicappati. Forse è per questo che, parafrasando Pound, ancor’oggi mi sento formica solitaria d’ un formicaio distrutto.














penso che tu conosca un po la mie idee.. ma di fronte a queste affermazioni non c’è nessuna scusa.. sono pienamente d’accordo con te…
Ho letto l’editoriale di Giuliano Ferrara: una cosa raccapricciante che nessuno si sia mai indignato per queste parole.
In Olanda esiste già l’eutanasia per i bambini malati, esistono anche professori come Peter Singer che sostengono che persone che si trovano nella situazione in cui si trovava Terri Schiavo, persone disabili etc. etc. meriterebbero di essere uccise, oppure sostengono che è preferibile occuparsi della sofferenza degli animali piuttosto che della sofferenza umana (ti rimando a questo link http://www.filosofico.net/petersinger.htm).
Allora perché stupirsi di queste frasi e di questo modo di pensare?
Poveri bambini, povere persone anziane e malate!
@ endriu:
Ti fa onore endriu, c’è solo da rabbrividire.