Sofri e le vittime degli anni di piombo

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Indro Montanelli sosteneva che la storia fosse semplicemente un racconto, una narrazione da tramandare di generazione in generazione. Il problema dell’insegnamento storico è legato, a mio giudizio, alla questione di sapere quali strumenti porre nelle mani del ricercatore. L’obiettivo dovrebbe essere rendere l’apprendimento degli eventi concettualmente problematico, anziché informativo, abituando i cervelli dei lettori e dei dotti a confrontarsi con domande tacite e inespresse, a interrogarsi sui nodi irrisolti per ricostruire il senso profondo degli avvenimenti. Poiché le fonti sono importanti, e poiché nell’ambito storico la rilevanza delle tensioni politiche è decisamente prevalente, assume vitale importanza porre l’accento sulle cronache giornalistiche. E’ per questo che la contro-storia sull’omicidio Calabresi inevitabilmente porta con sé una sorta di disagio; poco incide l’anomalia di vivere in un paese che rifiuta ogni forma di revisionismo sul Ventennio e sull’esperienza fascista dopo mezzo secolo di storia, ma è già pronto a “rivedere le sentenze” degli anni di piombo. Perché la storia la possono scrivere i vincitori solo quando essi stanno da una parte.

Allora sgombriamo il campo da alcune irritanti ipocrisie.

Primo, in Italia non vi fu una guerra civile, non vi fu un conflitto strisciante tra “rossi” e “neri” che destabilizzavano il sistema: questa è una visione romantica di chi quegli anni li ha vissuti e ora tende ad esaltarli, giustificazionista degli eccessi posti in essere da ambo le parti. La nostra patria non era la terra di nessuno: vi erano funzionari di Stato che giorno dopo giorno adempivano al proprio dovere, mentre le strutture centrali venivano colpite al cuore da attentati e omicidi politici, operazioni messe in atto da soggetti che vivevano fuori o ai margini della legalità. Secondo, l’eskimo in redazione non era un evento strano, un mito dei ragazzi del Fronte della Gioventù perennemente pronti a piangersi addosso. Non era neanche una leggenda metropolitana del pentapartito per infangare i militanti del principale soggetto d’opposizione. No, era la norma. Borghesi compiacenti, intellettuali estasiati dai miti rivoluzionari e una buona fetta di stampa perbenista ebbero un ruolo fondamentale nella diffusione del seme d’odio che rese quegli anni “formidabili” solo nell’esperienza di vita propria dei superstiti. Per rendere l’idea, basta scorgere le firme in calce al manifesto di condanna dell’operato di Luigi Calabresi, definito “Commissario Torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Si trovano nomi altisonanti del dibattito culturale italiano, quali Norberto Bobbio, Fellini, Soldati, Carlo Levi, Moravia, Primo Levi, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari e Carlo Ripa di Meana. Parafrasando ancora Montanelli, nessuno dell’intellighenzia di sinistra volle mancare all’appello. Terzo, il fenomeno della lotta armata non può essere astrattamente condannabile. Esiste, infatti, una mentalità diffusa, secondo cui oggi è possibile leggere in chiaroscuro i tragici eventi che si susseguirono in quegli anni. C’è una certa accademia di maitre-a-pensier che sostiene apertamente le posizioni di Sofri secondo cui l’omicidio del Commissario Calabresi non fu frutto di un piano terroristico studiato a tavolino, bensì di una reazione logica dettata dall’istinto, magari aberrante ma pur sempre logica, in relazione alle strane circostanze della morte dell’anarchico Pinelli. Sembra di ripercorrere fisicamente la strada tortuosa di distinzioni e sottigliezze che portò alla nozione di giustizia proletaria. Nozione che venne vagamente messa in risalto dalla stessa Lotta Continua all’alba del drammatico evento:

«Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga, è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo… Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell’infiltrazione del nemico di classe. L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».

Una cosa deve essere ben chiara: non è nelle intenzioni di chi scrive la volontà di riaprire ferite e processi, per scrutare i minimi dettagli. Condivido l’originaria impostazione di Sciascia ispirata alla necessità di metabolizzare quegli anni. Ma metabolizzare non può voler dire dimenticare. Contrariamente a quanto sostiene Ferrara, non è facile processare una penna elegante qual è indiscutibilmente quella di Adriano Sofri. E’ una battaglia difficile, che porta chi indugia a perdersi nelle vie delle molteplici sentenze dallo spessore enciclopedico. Eppur tuttavia non si può assistere tacitamente alla mistificazione su quanto è avvenuto: non è accettabile che coloro che ieri indugiavano vivendo il rapporto con la politica come una lotta personale, oggi si incarichino dalle colonne della carta stampata di assolvere Sofri e i suoi teoremi circa il processo. Relegare un passato così recente nelle maglie della damnatio memoriae equivarrebbe a uno sputo sull’integrità di chi, in quegli anni, stava coscientemente dalla parte giusta, dalla parte della legalità e dello Stato. Non posso accettare l’idea che Adriano Sofri sia vittima di un sistema giudiziario che ha garantito a lui la possibilità di prendere le proprie difese in ogni sede e in ogni luogo, con tanto di copertura mediatica. Possibilità che a uomini onesti, di elevato spessore morale, non fu mai data proprio dai “compagni che sbagliano”, quei tanti ex estremisti che ora chiedono alla comunità di relegare gli errori di gioventù nell’oblio collettivo.

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6 Responses to Sofri e le vittime degli anni di piombo

  1. Gabbiano dicono:

    bel post. tempo addietro pensavo che in galera ci dovrebbe stare chi è un pericolo per la società. adesso che sento riparlare della “giustizia degli sfruttati” mi fa solo pensare che sia il solito lupo che perde il pelo. la testa è rimasta quella. e chi cerca di stare in mezzo dimentica sempre che se sulla fine di pinelli ci sono delle ombre, quella di calabresi invece è chiarissima: alle spalle e disarmato. e lui lo sa chi è stato…. tra compagnucci la verità se la dicono… e lui continua a scrivere epitaffi e fare lo gnorri… una bella faccia da c….

    saluti

  2. romain dicono:

    si, certo, come dice Ferrara, Sofri è una penna elegante, e come tale lui Sofri deve poter scrivere su fogli di centrodestra, oggi il Foglio, fino a ieri su Panorama; ma è anche elegante quando scrive che l’uccisione del commissario Calabresi fu un atto di pietà?

  3. endriu dicono:

    devo dire che molte cose le condivido! sono d’accordo sul fatto che purtroppo molti fanno finta di niente, credono che quello che è stato si possa cancellare o forse glorificare! credo che l’unico limite sia nell’impostazione del discorso esclusivamente orientata ad una parte politica, ne sono d’accordo col giudicare così duramente chi scrisse e sottoscrisse quel famoso documento, perchè noi viviamo un’epoca diversa e non possiamo comprendere quale fosse il clima del tempo! inoltre se giustamente si pianse e si piange l’uccisione vigliacca di calabresi, non si deve far finta di niente di fronte alle numerose lacune sulla morte di pinelli! del resto ricordo che in quel periodo la caccai al “pericoloso” anarchico era aperte… vi ricorda qualcosa il nome valpreda?? più che altro io penso sarebbe giusto che in un paese serio, ci fosse una scuola seria in cui studiare ed approfondire gli avvenimenti della nostra storia recente..

  4. Giuseppe Lombardo dicono:

    Endriu, sai benissimo – tu meglio di altri lettori – che non ho mai avuto la pretesa di essere super partes. Questa è la mia riflessione su quegli anni e in quanto tale è viziata dalla coscienza politica del sottoscritto, se si vuole usare questa espressione. Credo però di aver posto dati obiettivi al centro della discussione.
    Condivido la tua riflessione finale, anche se credo sarebbe doveroso ricordare che sul caso Pinelli la magistratura un “parere” l’ha espresso e in maniera definitiva. Quindi d’accordo alla riflessione sulle ragioni “prepolitiche” che portarono quel clima d’odio, purché non si approfitti della disponibilità al dialogo per riscrivere la storia. E senza professori in cattedra che ci dicano “Quegli anni erano diversi, non capirete mai…”, perché tutti abbiamo intuito il clima da caccia all’uomo che regnava in quel determinato periodo storico.

  5. endriu dicono:

    esatto, proprio a questo mi riferisco, perchè ovviamente la caccia all’uomo purtroppo era bipartisan e quindi non si possono trascurare i comportamenti dell’una e dell’altra parte… per il resto è ovvio che sarebbe opportuna una lettura il più oggettiva possibile della storia, di tutta la storia.. questo è sicuramente più difficile!
    per pinelli sarebbe meglio stendere un velo.. anzi già fu fatto allora..

  6. Gabbiano dicono:

    beh magari anche i termini per scrivere quelle sentenze…
    ma si potrà parlare di “malore attivo” che ne ha causato la morte?
    malore attivo???

    ribadisco mentre su pinelli ci potranno pure essere delle ombre, su calabresi non ci sono dubbi.

    in nome di un dubbio si è commesso un omicidio e dopo tanti anni parlare di giustizia degli sfuttati fa davvero pena…. ma non pena da comprensione, pena da mandarlo a quel paese….

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