In qualsiasi ordinamento democratico ispirato ai valori liberali, l’idea di togliere al popolo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, verrebbe cassata con un coro di polemiche ed etichettata come indegna e irrispettosa delle libertà basilari. Probabilmente qualcuno, per scuotere la coscienza civile, introdurrebbe trame golpistiche o richiami alla costituzionalità.
In Italia no. Il presidente del Consiglio può tranquillamente avanzare proposte di legge che mettano in discussione l’impostazione di fondo del sistema, senza che nessuno – all’interno del suo partito – manifesti stupore o perlomeno perplessità per determinate prese di posizione. Si può serenamente sostenere sulla televisione pubblica che gli italiani debbano sacrificare il loro diritto di selezionare la classe dirigente in maniera diretta, tramite il consenso espresso nei confronti dei singoli individui, alla stabilità del sistema, per evitare il rischio di probabili pratiche clientelistiche. Si può, cioè, svuotare di significato il senso stesso della politica.
Una simile prospettiva è già stata attuata in una presunta situazione d’emergenza in prossimità delle consultazioni nazionali del 2006: ne venne fuori una norma che ha prodotto risultati significativi, come l’estromissione dalle aule parlamentari dei gruppuscoli insignificanti, ma che ha anche implicitamente comportato l’espropriazione del diritto di ciascuno di noi alla rappresentanza. Si occulta pertanto, nell’ambito dell’odierno dibattito, un piccolissimo particolare: se siffatte misure dovessero entrare in vigore, le segreterie dei partiti che già oggi hanno una vocazione leaderistica, assumerebbero di fatto un potere immenso, tale da mutare l’essenza stessa del quadro politico italiano. Non è un azzardo, né una forzatura: se un ordinamento muta i propri caratteri fondanti, consegnando il potere in mano a pochi, il termine “democrazia” deve essere sostituito da un lemma più appropriato: “oligarchia”, potere indebito in mano ad una minoranza che può fare il bello e il cattivo tempo in barba alla volontà nazionale.













