L’editoriale di Scalfari sui rischi posti dalla sfida federalista rappresenta una cartina di tornasole del dibattito italiano. Naturalmente, nella riflessione che tra poco condividerò con voi lettori, cercherò di trascurare gli aspetti marginalmente “partitici” del problema. Cercherò, cioè, di prendere le dovute distanze dal pericoloso vortice populista che trascina in giudizi sommari sulle misure poste in atto da quella tal forza politica in quanto da essa nulla può provenire di buono.
E’ doveroso affermare come premessa alla riflessione che essere astrattamente federalisti è semplice e insulso al tempo stesso. Non si può professare un ideale politico in merito ad una diversa gestione dell’apparato amministrativo nazionale. Farlo equivarrebbe a partire da posizioni viziate, da compiacenza o discordanza nei confronti di quello che è un diffuso sentimento popolare. Ebbene il fondatore di Repubblica oggi scrive:
«Il federalismo è senza dubbio entrato nel sentimento degli italiani in questa fase della nostra vita pubblica, con un’intensità inversamente proporzionale all’attenuarsi del sentimento nazionale e di quello europeista. L’identità localistica, regionale e comunale, ha un netto sopravvento non tanto sulla nazione intesa come patria, quanto sullo Stato».
In realtà l’adesione allo spirito nazionale non contrasta necessariamente con una visione politica di stampo federalista, a meno che non si voglia maliziosamente generalizzare, forzando la logica e ritenendo i leghisti unici interpreti della dottrina regionalista. E’ pur vero che gli italiani amano parlar male del proprio paese e dei propri connazionali. Non vi è però, a mio modesto avviso, un intento polemico nei confronti dell’attore pubblico in quanto tale, bensì una deriva plebiscitaria di malcontento nei confronti della situazione generale. Conta poco il periodo, sia esso roseo o di lacrime e sangue, il malcontento è perenne e monta attraverso i secoli e investe politici di tutte le identità possibili: Giolitti, Nitti, Mussolini, Rudinì, Sonnino, Salandra, tutti – presto o tardi – hanno dovuto fare i conti col controverso rapporto che lega il binomio Italia/italiani. L’identificazione del nemico nello “Stato”, ossia in un ordinamento giuridico che si incarna in un apparato centrale al fine di imporre il rispetto di determinate norme emanate nell’interesse della collettività, è più che altro una battaglia idealistica che evidenzia l’allergia alle regole che spesso caratterizza il nostro popolo. Frutto, probabilmente, di un’eccessiva dovizia del Legislatore che ha condotto al risultato inatteso di un’iperanomia, quello schema mentale che contraddistingue l’equazione troppe leggi = nessuna legge. La riscoperta delle diverse realtà locali ha poi origini più profonde rispetto agli avvenimenti che nel’92 hanno portato alla distruzione della prima repubblica e all’affermazione, lenta e progressiva, di un movimento originale come quello leghista. Le modalità di coordinamento delle dinamiche economiche e sociali che si basano sul coinvolgimento di molteplici attori, aventi interessi diversi ma vincolati tra loro dalla consapevolezza di avere obiettivi comuni nella microdimensione, ha portato passo passo a una ridefinizione del ruolo del soggetto pubblico entro i canoni di pilotage, di direzione. Questo metodo non ha riguardato soltanto le istituzioni formali, né tantomeno è stato intuito dall’opinione pubblica. Ha influenzato piuttosto il processo di costruzione di relazioni volte allo sviluppo di capitale sociale, intellettuale e politico. Il territorio non può essere ridotto a semplice teatro di processi economici, in quanto essi stessi comprendono uno scambio d’informazioni e un coordinamento tra soggetti ed organizzazioni dotate d’intenzioni progettuali. Questo è l’approccio corretto per affrontare prospetticamente le sfide poste in atto dall’eventuale instaurazione di un modello federalista.
Ma l’analisi di Scalfari pecca principalmente nel passaggio conclusivo, allorché l’opinionista indica gli obiettivi teorici di Bossi:
«Diminuire la distanza tra cittadini e istituzioni, trattenere "in loco" il maggior numero di entrate fiscali, acquistare sovranità locali sul maggior numero di materie. Per rendere accettabili in tutto il Paese queste finalità sentite prevalentemente nel Nord, la Lega ha capito che occorre "vestire" di valori questi interessi e quindi confezionare un’immagine che sia attraente per tutti. L’immagine è quella di un federalismo che avrà come risultato finale la diminuzione del dislivello tra Sud e Nord perché l’autonomia consentirà al Sud di accrescere i suoi redditi».
Per un lungo periodo l’approccio alle politiche territoriali è stato incarnato da una sola forma d’intervento pubblico omologata: la programmazione economica finalizzata a risolvere gli squilibri determinati dallo sviluppo industriale (quindi volta alla risoluzione delle disparità tra aree diverse). Questo perché durante la formazione delle grandi compagini statali il potere si è organizzato in maniera gerarchica: in un mondo sistematicamente strutturato nel quale le forme dell’autorità tendevano a incarnarsi in un decisore pubblico unico, gli studiosi consideravano lo sviluppo territoriale come una “derivata” dello sviluppo economico, ad esso subordinato e da esso dipendente. E’ un tic che anche nell’analisi scalfariana emerge, allorché invoca meno rigore nei conti pubblici da parte del ministro Tremonti, paradosso gustoso visto le recenti battaglie attuate dagli editorialisti di Largo Fochetti. La nascita della Cassa del Mezzogiorno e la creazione di politiche volte all’assistenza del Meridione si ispiravano a questa desueta logica. L’assunto era semplice: se si concede al meridione l’opportunità di risollevarsi con un sostegno ispirato dal solidarismo patrio, tentando di creare infrastrutture e aziende possibilmente in nome e per conto dello Stato, ebbene dalla Campania in giù si creeranno automaticamente e consequenzialmente le risorse economiche e intellettuali per affrontare le sfide future. Obiezione: come potevano emanciparsi le donne e gli uomini del Sud, se il denaro a pioggia non innescava processi locali di sviluppo? Come poteva evolvere la situazione, se permaneva l’ignoranza degli apparati centrali sulla possibilità di strutturare le peculiarità del territorio?
Concludendo: se si vuole affrontare serenamente il dibattito sull’impatto politico che una riforma federale avrebbe, ben vengano le analisi e i contributi di ogni tipo, purché parlino del territorio non in modo centralista, ma con la coscienza propria delle singole realtà locali. In un’epoca in cui la globalizzazione annulla le diversità e standardizza i territori, non è errato cercare di riscoprire le caratteristiche proprie dei piccoli modelli e l’Italia, che non ha un territorio vasto come quello statunitense, può certamente beneficiare del miscuglio di identità nell’ambito di una partnership territoriale, anche se a proporlo è la Lega. Continuare ad anteporre visioni di parte ispirate ad un’ostilità preconcetta non giova.














E’ scritto molto bene ma non è un “opinionista”!!!!Cmq perchè non lo mandi a repubblica.it?!