Il Popolo delle libertà è un ectoplasma di cui non sono entusiasta, eppure le sue tormentate vicissitudini fanno già discutere. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è quella sorta in merito alle rivelazioni riportate dalla Stampa su un presunto atto notarile che sancirebbe una ripartizione percentuale delle deleghe in vista del congresso nazionale di formazione del movimento. Rumors verosimili, conoscendo la straordinaria propensione al dialogo del Cavaliere, che – dall’oggi al domani – sancì non molto tempo fa la nascita di un partito unitario composto, in quel dato momento storico, dalla sola struttura forzista. Se così fosse, naturalmente, i risvolti sarebbero inquietanti, in quanto in nome dell’unità i militanti, la vecchia “base”, dovrebbero rinunciare ad imporre la volontà della maggioranza e accettare nuovamente gli yesman di turno, scelti magari all’ombra di Villa La Certosa o sullo scafo del presidente della Camera. Se a ciò aggiungiamo una legge elettorale nazionale, stipulata dalle stesse persone, che ha privato il cittadino italiano della possibilità di esprimere la sua individuale preferenza in nome della governabilità, ebbene abbiamo un quadro non pienamente raggiante sotto l’aspetto democratico. Una querelle strutturale, che sia attenta alle diverse realtà identitarie e risulti egualmente rappresentativa delle diverse anime, probabilmente diverrà essenziale nel teatrino della politica, ma sarà poco allettante agli occhi del semplice elettore. Se ricerchiamo perciò qualcosa che disperatamente manca al partito che verrà, ebbene è facile riscontrare il deficit di persone culturalmente e politicamente forti e intelligenti (salvo rare eccezioni), indipendenti dalle leaderships dei vecchi organigrammi e capaci di portare un contributo intellettuale innovativo. Ecco perché l’idea di “nominare” esponenti di diverse correnti selezionati acriticamente in maniera algebrica sulla base di “quote” preimpostate in sede notarile appare un’operazione scellerata.




















