Italia 92

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Ci sono due o tre questioni attinenti lo stato della nostra economia che vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori. Innanzitutto l’Economist ha lodato l’Esecutivo italiano per essere tornato protagonista sulla scena internazionale. Non succedeva praticamente dall’alba dei tempi, eppure l’analisi della prestigiosa testata non lascia margini di dubbio: Roma ha ritrovato una politica estera decorosa, incentrata su una laboriosa e complessa opera di mediazione diplomatica, volta alla tutela del sistema europeo nel quadro più ampio del riassetto delle finanze e del mercato del lavoro nazionale. Insomma, un plauso a Palazzo Chigi per la capacità di progettare interventi concreti. E, d’altronde, il lavoro da sbrigare ha davvero una mole imponente, se è vero – com’è vero – che l’indice di valutazione della libertà economica offerto dall’Heritage Foundation relega la nostra nazione fra i paesi “poco liberi”. Novantaduesimo posto, per l’esattezza, una collocazione invidiabile tra Libano, Azerbaijan, Honduras e Gambia.

A ciò va aggiunto un piccolissimo aneddoto riguardante la politica interna americana: sta facendo discutere, in queste ore, un articolo di Niall Ferguson sulle colonne del Newsweek Magazine. In tale analisi, il professore di Harvard stimola la riflessione su uno dei deficit più evidenti della destra repubblicana: l’incapacità di capire che un prelievo fiscale oculato, lungi dal redistribuire ricchezza a spese del merito, legittima il concetto di giustizia sociale in un’epoca d’instabilità e precariato, cosa ben diversa dalla tradizionale e marxiana lotta di classe. Continue reading

Hanno torto sempre gli altri

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Il popolo francese è straordinario. Spesso nei luoghi comuni, gli italiani vengono raffigurati come uomini d’ingegno, i napoletani d’Europa diremmo noi, pronti a piegare la verità dei fatti alla fantasia delle opinioni. Eppure la crisi mostra come nei salotti bene, nei quartieri che contano, la percezione delle difficoltà fra Roma e Parigi sia significativamente diversa. Così procedendo, si sfata perfino qualche tabù. Chiariamo, per amor d’ordine: siamo nel pieno di una crisi finanziaria che attanaglia l’intero continente, oltrepassando i confini territoriali e colpendo indistintamente gli alfieri del capitalismo ed i cultori dell’economia pianificata. Non è questo il luogo per riscontrare eventuali responsabilità o per valutare gli atteggiamenti depressivi che hanno peggiorato la stabilità europea. Bisognerebbe fare una lunga discussione e le analisi non possono trovare una sintesi efficace nelle poche righe di un post. Credo, però, sia oggettivamente innegabile sottolineare come l’Italia abbia passato, ad oggi, la fase più tormentata del processo nella consegna del testimone di governo dall’Esecutivo Berlusconi al governo tecnico di Mario Monti. Continue reading

Senza uscita

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La politica estera di Obama ottiene l’ennesima bocciatura. No, in questa sede non facciamo riferimento all’aspra critica di Harry Belafonte. La pubblica abiura del musicista, riassunta peraltro in forma serafica e lapidaria con un asettico “non merita il secondo mandato”, è al tempo stesso affascinante ed insignificante: affascinante, perché dimostra quanto il blocco sociale che aveva sostenuto l’ascesa del leader democratico sia in fase di decomposizione (e l’ultimo numero di New Statesman lo testimonia); insignificante, perché nulla aggiunge alla valutazione degli eventi all’ordine del giorno sull’agenda internazionale. La critica che ci interessa riportare proviene, invece, da una fonte ben più autorevole. Parliamo di Suzanne Maloney, che ha espresso con coscienza le proprie perplessità in merito alle istanze portate avanti da Washington nei confronti di Teheran. La crisi dello Stretto di Hormuz ha concesso alla collaboratrice di Foreign Affairs la possibilità di esprimere tali riflessioni:

What needs to be addressed is the disturbing reality that the Obama administration’s approach offers no viable endgame for dealing with Iran’s current leadership. The impression that the sanctions are permanent — indeed, the new law does not specify any conditions that Tehran might satisfy in order to lift the siege on its central bank — conforms to Iranian hard-liners’ darkest delusions about Washington’s intentions. By embracing maximalist measures, the White House has come full circle, abandoning, along the way, its earlier optimistic efforts at engagement. In doing so, it has implicitly relinquished the prospect of negotiating with the Islamic regime: given the ayatollahs’ innate mistrust of the West, they cannot be nudged into a constructive negotiating process by measures that exacerbate their vulnerability”.

La criticità va pertanto riscontrata nell’assenza di sbocchi validi e di obiettivi a stretta portata. La Reuters, d’altro canto, Venerdì scorso ha lanciato una clamorosa indiscrezione: le potenze occidentali starebbero concordando in sordina un piano per ovviare un’eventuale crisi di greggio, poste le possibili ritorsioni minacciate dal regime teocratico. Come potrebbe rispondere, a questo punto, il governo degli ayatollah? Semplice: accelerando il processo di costruzione dell’atomica. Peter Goodspeed ha suggerito questa strategia, riportando alla memoria il precedente coreano: un’esplosione ambigua, un test un po’ spaccone ed eccoci catapultati nell’equilibrio del terrore, un equilibrio glaciale che trasforma i nemici in avversari e gli alleati in partner strategici.

I tagli alla difesa non convincono la stampa americana

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La nuova strategia adottata a Washington per la riduzione della spesa, con un contenimento dei fondi destinati alla Difesa, non fa impazzire alcune penne prestigiose della stampa americana. Dall’Heritage Foundation, Mackenzie Eaglen manifesta le proprie perplessità sulla cifra di fondo dell’operazione, sul carattere e sull’impostazione delle priorità avanzate dalla Casa Bianca.

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L’America è più piccola

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Avremo forze armate più snelle, agili, con un esercito di terra più contenuto”. Con queste parole Barack Obama ha presentato il piano di tagli alla difesa previsto dalla Casa Bianca per il prossimo decennio, un piano che dovrebbe portare nelle casse dell’erario pubblico circa 450 miliardi di dollari, almeno stando alle previsioni della leadership democratica. Il presidente ha infatti spiegato, senza troppi giri di parole, le ragioni che hanno animato tale scelta: “Dobbiamo rinnovare la nostra economia; qui è il fondamento della nostra forza nel mondo e sono obbligatorie riduzioni alla spesa”. Un piano diverso rispetto alla dottrina Krugman, che avevamo presentato di recente sulle colonne di questo blog.

Ciò detto, ridurre il peso militare dell’America vuol dire abiurare il ruolo di nazione-guida nel sistema internazionale? Ovviamente no, per quanto un forte ridimensionamento degli effettivi dell’esercito potrà produrre un naturale riposizionamento dello Zio Sam in diversi scenari. L’esempio libico ha probabilmente destato particolare impressione dalle parti dello Studio Ovale, facendo maturare la convinzione che se proprio l’Europa vuole iniziare una strategia geopolitica sotto l’egida della Nato, può anche farlo, a patto che essa sappia gestire oculatamente tensioni e costi nell’interesse del blocco occidentale. Sulle modalità dei tagli, l’Amministrazione non ha ancora sciolto le proprie riserve, ma diversi funzionari hanno confessato alla Reuters che sarà un’operazione da vagliare con la massima cura. Uno su tutti, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, ha ricordato come sia necessario “uno sguardo in profondità rispetto a tutte le spese destinate alla difesa, al fine di garantire tagli chirurgici nella piena soddisfazione delle nostre priorità”.

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